Magnifica Humanitas

Fimata il 15 maggio 2026, l’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV è dedicata alla custodia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale e della transizione digitale. Nel solco della Dottrina Sociale della Chiesa, il documento offre un orientamento etico per proteggere la dignità umana di fronte allo strapotere della tecnica.

Troverete qui sotto il link che vi porterà sul sito ufficiale della Santa Sede, per una prima lettura dell’enciclica

https://www.vatican.va/content/leo-xiv/en/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html

Qui di seguito alcuni link utili ad ulteriori approfondimenti

https://www.humandevelopment.va/it/magnifica-humanitas/risorse/infografiche.html

https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html

https://www.humandevelopment.va/it/magnifica-humanitas.html

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2026-05/papa-leone-xiv-prima-enciclica-magnifica-humanitas-ia-25-maggio.html

A margine della lettura dell’Enciclica, vi proponiamo alcuni articoli comparsi in questi giorni su alcuni giornali e siti web, utili alla conoscenza e all’approfondimento di temi trattati in “Magnifica Umanitas”.

Non era il vapore ma l’etica, non sono i dati ma la dignità: ciò che vale non è misurabile

di Paolo Benanti

Dalla Rerum novarum alla Magnifica humanitas di Leone XIV, perché leggere l’enciclica come documento religioso sarebbe un errore di categoria.

Nel 1891 la questione non era il vapore. Leone XIII non scrisse la Rerum novarum per lamentarsi delle macchine a vapore né per celebrare i portenti del progresso industriale: scrisse perché la rivoluzione industriale aveva concentrato una capacità di controllo sulle vite umane in mani che non rispondevano di nulla a nessuno, e questo squilibrio stava distruggendo il tessuto sociale delle nazioni europee. Quando, centotrentacinque anni dopo, Leone XIV firma la Magnifica humanitas – datata 15 maggio 2026 come citazione deliberata del predecessore – l’argomento è lo stesso, il soggetto è cambiato: non il capitale industriale ma il capitale computazionale, non le fabbriche ma i data center, non i padroni delle ferriere ma i proprietari degli algoritmi. Leggere l’enciclica come documento religioso sarebbe un errore di categoria. È un testo di filosofia politica, e lo è nel senso più rigoroso del termine: affronta la domanda di chi detiene il potere di definire le regole dell’accesso all’informazione, della visibilità pubblica, dell’organizzazione delle opportunità economiche e della formazione delle preferenze individuali. Il documento nomina esplicitamente ciò che la letteratura accademica chiama “algocrazia” – il governo degli algoritmi – e “algoretica” – la gestione etica degli algoritmi – riconoscendo che i principali motori dello sviluppo tecnologico sono oggi attori privati transnazionali dotati di risorse superiori a quelle di molti governi, che non rispondono ad alcun meccanismo di accountability democratica. È una diagnosi che molti economisti e scienziati politici hanno elaborato negli ultimi anni; è raro che entri nel registro del magistero con questa precisione, e con questa franchezza nel nominare i soggetti del dominio.

Il contributo filosoficamente più originale del documento, tuttavia, non è la diagnosi: è la critica del paradigma tecnocratico come struttura cognitiva, non solo come assetto economico. Leone XIV riprende la categoria introdotta da Francesco nella Laudato si’ e la radicalizza: il paradigma tecnocratico non è l’eccesso di fiducia nella tecnica, ma il modo in cui la logica dell’efficienza e del controllo si è installata come misura esclusiva del reale, relegando affettività, moralità e relazione nell’irrilevanza operativa. Il problema non è che abbiamo troppe macchine ma che le macchine sono diventate il modello con cui misuriamo gli esseri umani: e quando un essere umano viene misurato con lo stesso metro di un algoritmo, ciò che non è quantificabile – la dignità, la coscienza, la capacità di relazione autentica – cessa di esistere come dato rilevante per i sistemi che organizzano la vita collettiva.

È qui che il documento tocca la questione più profonda. Byung-Chul Han ha descritto la contemporaneità come una «società della trasparenza» in cui la pressione sistemica a rendere tutto visibile, misurabile e confrontabile produce paradossalmente l’opacità dei meccanismi di potere reale: chi controlla i parametri della trasparenza esercita il dominio più efficace, perché appare neutrale. L’enciclica coglie questo movimento con la citazione di Hannah Arendt sui «sudditi ideali» del totalitarismo – non gli ideologicamente convinti, ma coloro per cui la distinzione tra fatto e finzione è già scomparsa – indicando che la crisi epistemica prodotta dagli algoritmi di disinformazione non è un fastidio comunicativo ma una condizione strutturale che rende possibile l’autoritarismo senza che nessuno lo decreti e senza che nessuno ne assuma formalmente la responsabilità.

C’è poi una sezione del documento che non ha precedenti nel magistero e che merita attenzione specifica: quella dedicata alle nuove forme di schiavitù nell’economia digitale. Leone XIV descrive con precisione il lavoro di etichettatura dei dati svolto da giovani donne a compensi minimi, l’estrazione delle terre rare da parte di adolescenti, lo sfruttamento delle piattaforme digitali da parte delle reti criminali che gestiscono il traffico di esseri umani. L’ideologia dell’immaterialità digitale – la narrazione secondo cui gli algoritmi esisterebbero in una sfera di pura intellegibilità separata dalla materia – viene smontata nella sua funzione ideologica: nascondere la catena di corpi, energie e risorse fisiche su cui il potere computazionale si fondaNon si può governare eticamente l’intelligenza artificiale, osserva il documento, senza governare le condizioni materiali della sua produzione; e questa osservazione semplice suona come una denuncia nei confronti di ogni discussione sull’etica dell’IA che ignori la filiera che la sostiene.

La proposta positiva dell’enciclica si articola attorno a un’immagine biblica che il documento elabora con cura: Neemia che ricostruisce le mura di Gerusalemme pezzo per pezzo, affidando a ciascuno il proprio tratto, ascoltando le paure, coordinando gli sforzi senza imporre soluzioni dall’alto. È la logica della sussidiarietà applicata alla governance tecnologica – una ripartizione delle responsabilità che si oppone tanto alla delega totale al mercato quanto alla regolamentazione centralizzata e calata dall’alto, riconoscendo che scienziati, legislatori, educatori, imprenditori e comunità civili hanno ciascuno competenze irriducibili e oneri non delegabili. L’intelligenza artificiale è già ambiente in cui siamo immersi; il problema non è più se governarla ma chi governa chi, secondo quali criteri e con quale distribuzione reale dei benefici e delle vulnerabilità.

Quella che Leone XIV chiama Magnifica humanitas – la magnifica umanità – non è una categoria sentimentale. È una posizione politica: la tesi che la dignità umana non sia una variabile dipendente dell’efficienza algoritmica ma la condizione di possibilità di ogni ordinamento politico legittimo. Rivendicare la magnificenza dell’umano di fronte a sistemi che ottimizzano il comportamento a partire da profili di dati non è nostalgia romantica: è l’atto fondativo di ogni forma di resistenza democratica al dominio computazionale, e dunque una questione laica prima ancora che religiosa.

Non era il vapore ma l’etica, non sono i dati ma la dignità: ciò che vale non è misurabile, di Paolo Benanti, pubblicato su Avvenire del 26 maggio 2026

Così la Chiesa dentro la storia

“Magnifica humanitas” invita la Chiesa a incidere nella realtà contemporanea, proponendo un umanesimo che rimetta la persona al centro nell’era digitale e promuova dialogo, pace e responsabilità storica

Magnifica humanitas è un’enciclica sociale che, oltre a discutere di nuove tecnologie e intelligenza artificiale, colloca oggi la Chiesa nella storia: un’indicazione alle comunità cristiane, che talvolta si rinchiudono in un senso di irrilevanza, al margine della vita, credendo di aver poco da dire o lamentando di non essere ascoltate. Il testo di Leone XIV mostra che, quando la Chiesa parla, suscita interesse, non solo tra cattolici, ma nel mondo e nell’opinione pubblica. Anche perché il Papa non discetta di tecnologia, ma parla dell’umanità «nel tempo dell’intelligenza artificiale». Cioè osa proporre una visione globale in un mondo incapace di pensare in questa dimensione. La Chiesa denuncia da decenni che «il mondo soffre per mancanza di pensiero», come scriveva Paolo VI nella Populorum progressio, l’enciclica che spostò la questione sociale dalla società industriale ai rapporti Nord-Sud del mondo. Nella Fratelli tutti, Francesco ha parlato di una cultura «vuota, protesa all’immediato e priva di un progetto comune»: tanto che «un progetto con grandi obiettivi per lo sviluppo di tutta l’umanità oggi suona come un delirio».

Il «dialogo è parte integrante dell’attitudine della vocazione della Chiesa». Con l’enciclica, il Papa propone un’importante piattaforma per il dialogo, una riflessione “culturale” con tutti. C’è una maturità serena di coscienza cristiana in questo testo: la Chiesa non pretende di insegnare su tutto, ma sa di dover parlare e chiede di essere presa in considerazione per quel che dice: «Nessuna mano da sola, è sufficiente a sostenere il peso delle sfide che attraversano il mondo; e nessuna è così debole da non poter offrire il proprio contributo».  Leone apre un grande dibattitto, magari un’alleanza sulla custodia della persona: «Il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, da un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa». A sessant’anni dal Vaticano II, il “pensiero” della Chiesa ha trovato una sua chiarezza nella riflessione sull’umanità. Non è ritorno al passato, ma stare nella storia con responsabilità. Tutt’altro che irrilevanti, ma invece profetici: l’«intreccio di vita con i popoli», che fa la Chiesa, mostra come «la sua missione ha una portata storica». Riemerge la teologia dei segni dei tempi, di cui parlò papa Giovanni: «La storia è perciò – dice il Papa – uno dei luoghi in cui la Chiesa si lascia istruire dallo Spirito Santo sulla portata umanizzante del Vangelo», imparando a servire persone e popoli. Il teologo conciliare, p. Chenu, introducendo il suo piccolo e prezioso libro, Cristianesimo nella storia, ne mostrava lo statuto storico e ricordava che il Vaticano II, a differenza di tanto magistero precedente, parla ben 63 volte di historia.

Il nucleo della riflessione di Leone è la critica all’idolatria di «una salvezza puramente tecnica», che non mette al centro l’essere umano, anzi lascia indietro troppi fragili, perché non performanti. L’umano fiorisce attraverso il limite. Non si tratta di una contestazione che potrebbe essere considerata oscurantista da alcuni, ma una proposta di disarmare la tecnologia e l’intelligenza artificiale per porle al servizio dell’essere umano: un limpido umanesimo. Oggi non ci si deve affidare alla “mano invisibile” del provvidenzialismo tecnologico o ai poteri tecnocratici, come in passato non si doveva confidare nella provvidenza del mercato, che prometteva sviluppo e pace per tutti. Oggi il confronto storico è -per Leone- tra la civiltà dell’amore (espressione di Paolo VI) e la cultura della potenza. Essa, con i mezzi che ha, diventa cultura della prepotenza e detta «l’agenda e i criteri di decisione». La guerra – forte della tecnologia – è stata riabilitata come strumento della politica. Questo clima ha ricadute in diffuse polarizzazioni e nel linguaggio. Così si vive in «un mondo in stato di belligeranza permanente», dove diplomazia e dialogo deperiscono, mentre il mercato delle armi «diventa un motore autonomo di scelte belliche». Intanto c’è un mondo, a partire dai mercenari, che vive di guerra.

L’allarme del Papa è forte e profetico: «Quando una cultura normalizza e giustifica il conflitto, si apre a una deriva pericolosa»: l’impensabile oggi diventa accettabile con nuovi calcoli e ragioni. L’allarme è serio, ma non è un’espressione di pessimismo sui tempi. La Chiesa è arrivata presto a evidenziare la deriva disumana del nostro tempo, conscia anche delle grandi opportunità di oggi. Soprattutto il papa vuole risvegliare alla coscienza che «tutti possiamo fare la nostra parte», non restare spettatori inerti. Non si può pretendere di costruire il futuro – magari con la rivoluzione tecnologica – senza tener conto delle donne e degli uomini contemporanei, così attenti e consapevoli. Non lo si poteva ieri con le dittature di pochi. Questo è il realismo autentico che «non rinuncia a cambiare il mondo». Il mondo dev’essere ripopolato dal dialogo tra la gente comune, ma pure tra chi si combatte, chi non si incontra. E «a livello politico, è urgente passare dalla “cultura della potenza a un’autentica ‘cultura del negoziato”», in cui riattivi con fiducia la diplomazia. A questo sforzo devono partecipare le religioni nello “spirito di Assisi”. Con lo sguardo del credente, con «la bussola evangelica nell’era digitale», Leone XIV “con il cuore” afferma «il bisogno di scoprire un disegno diverso» per il futuro.

Così la Chiesa dentro la storia, di Andrea Riccardi, tratto da Avvenire del 31 maggio 2026

Il futuro chiede umanesimo

di Mauro Magatti

L’innovazione tecnologica da sola non basta: servono riforme e riorganizzazioni sociali, istituzionali e culturali, capaci di tenere insieme potenzialità e rischi del cambiamento. Richiamandosi a Leone XIII, la nuova Enciclica di Leone XIV vuole continuare il dialogo con il mondo e camminare accanto all’umanità, alle sue fatiche e alle sue speranze

Quando nel 1891 fu pubblicata la Rerum Novarum, l’umanità stava entrando nel mondo nuovo della rivoluzione industriale, con le immense potenzialità della tecnica che si accompagnavano a profonde lacerazioni: sfruttamento, disuguaglianze, sradicamento. Leone XIII comprese allora che non era possibile restare spettatori. Occorreva entrare dentro la storia per comprenderla e accompagnarla. Oggi siamo nel mezzo della trasformazione digitale: l’intelligenza artificiale, le piattaforme, gli algoritmi, i sistemi di automazione e le reti globali stanno cambiando il nostro modo di lavorare, comunicare, apprendere, costruire relazioni e perfino percepire noi stessi. Non cambiano solo i processi economici. Ѐ l’esperienza umana che si va modificando. La domanda però resta sempre la stessa: come far sì che la tecnica sia al servizio dell’uomo e non viceversa Per comprendere la posta in gioco occorre partire da una premessa: la tecnica non è qualcosa di giustapposto alla condizione umana.

Fin dai primi utensili di pietra, dall’invenzione del fuoco, della scrittura, della ruota, l’uomo ha sempre trasformato il mondo trasformando sé stesso. Ogni tecnica è una estensione delle capacità umane: amplifica la forza, la memoria, la velocità, la comunicazione. E più di recente la capacità di elaborazione e decisione. Ma proprio per questo la tecnica possiede una natura ambivalente. O per meglio dire, è un “farmaco”, che cura e ammala allo stesso tempo. Guarisce perché risolve problemi e apre possibilità nuove; avvelena perché genera nuove dipendenze e squilibri.

Per questo sbagliano tanto i tecno-ottimisti – che vedono nella tecnologia una promessa automatica di salvezza – quanto i tecnofobici, che vi leggono soltanto una minaccia. L’errore che li accomuna è la rinuncia allo sforzo di comprendere e alla fatica di costruire. Ciò che serve è uno sguardo più profondo, capace di abitare il cambiamento senza subirlo. Comprendere il nuovo mondo significa coglierne insieme le potenzialità e i rischi. Ben sapendo che nessuna trasformazione storica è indolore. La rivoluzione industriale ha richiesto decenni di lotte sociali, nuove istituzioni, nuovi diritti, nuove forme educative. E così sarà anche con i cambiamenti dei nostri tempi. L’innovazione tecnologica da sola non basta. Servono riforme e riorganizzazioni a livello sociale, istituzionale, culturale. E di questo non si occuperanno le grandi società del tech. Sarà compito di ognuno di noi.

La storia dimostra che il processo attraverso cui una società riesce a raccogliere i frutti di un cambiamento tecnologico è lungo e faticoso. Passa attraverso errori, correzioni, conflitti e apprendimenti collettivi. Pensare che il progresso si produca spontaneamente è un’illusione pericolosa. Per non perdere la strada, il punto di riferimento cardinale resta l’uomo. Tutto l’uomo e tutti gli uomini. Tutto l’uomo significa riconoscere che l’essere umano non è soltanto produttore, consumatore o utilizzatore di dati. È corpo e mente, ragione e affettività, desiderio e relazione, libertà e fragilità, capacità tecnica e ricerca di senso. Ridurre la persona a una sola dimensione significa impoverirla. Ma occorre anche dire: tutti gli uomini. Perché ogni rivoluzione tecnologica produce inevitabilmente nuove disuguaglianze. C’è chi corre avanti e chi resta indietro. Ci sono coloro che possiedono competenze, risorse e strumenti e coloro che rischiano di essere esclusi. Ci sono nuove forme di concentrazione del potere e nuove marginalità. L’attenzione agli ultimi non nasce da una logica assistenziale; nasce dalla consapevolezza che una società si spezza quando una parte dei suoi membri viene ridotta a scarto.

Per accompagnare questo cambio d’epoca, Leone XIV offre al mondo la sua prima enciclica, che verrà presentata dal Papa stesso domani. Può sembrare poco nel tempo della velocità digitale. Eppure, è un passo di grande saggezza. Perché oggi ciò che rischiamo di perdere è proprio la fiducia nella parola. Viviamo immersi in un flusso continuo di messaggi, immagini, commenti, contenuti prodotti in quantità crescente. Ma l’abbondanza comunicativa rischia di produrre solo rumore, confusione e, alla fine, disorientamento. Per questo un testo che inviti alla riflessione, che tracci una rotta e cerchi di tenere insieme esperienza, ragione e speranza è prezioso: la parola può ancora creare legame, aprire comprensione, costruire futuro. Richiamandosi come preannunciato dallo stesso Pontefice a Leone XIII – e sicuramente in continuità con l’opera di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco – la nuova enciclica sarà uno strumento per continuare il dialogo con il mondo come il Concilio vaticano II ha tanto raccomandato. Perché non tratta di porsi né sopra né contro la storia. Ma di camminare accanto all’umanità, alle sue fatiche e alle sue paure. Ai suoi errori e alle sue speranze. Alla sua capacità di immaginare e costruire mondi nuovi. Accanto, cioè, a questa magnifica umanità che siamo.

Il futuro chiede umanesimo, di Mauro Magatti , pubblicato sul quotidiano Avvenire del 24 maggio 2026

Se gli esseri umani finiscono con il pensarsi come macchine

di Vittorio Gallese

Chi vogliamo essere è la vera posta in gioco del nostro rapporto con la tecnologia e il grande rischio dell’IA

L’Intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia. È una nuova forma di organizzazione dell’esperienza umana. È questo, a mio avviso, uno dei nuclei teorici più rilevanti della nuova enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV, che affronta il tema del digitale e dell’intelligenza artificiale evitando sia gli entusiasmi ingenui sia gli allarmismi apocalittici. Il documento riconosce con lucidità che le tecnologie contemporanee stanno trasformando in profondità non solo l’economia e il lavoro, ma anche i processi decisionali, l’immaginario collettivo e le modalità attraverso cui gli esseri umani fanno esperienza di sé e degli altri. Leone XIV invita a costruire una «ecologia della comunicazione» fondata su verità e trasparenza. Invita inoltre a promuovere una nuova consapevolezza educativa nell’uso delle tecnologie digitali, affinché le loro grandi potenzialità siano orientate al bene comune.

Da neuroscienziato cognitivo, considero particolarmente importante il fatto che il Papa rifiuti una concezione puramente strumentale della tecnica. L’IA non è descritta come qualcosa di esterno all’umano, ma come una dimensione ormai intrecciata con la nostra vita quotidiana. In questo senso, l’enciclica coglie un punto decisivo: le tecnologie non si limitano a mediare il nostro rapporto con il mondo, ma contribuiscono a trasformarlo. Modificano attenzione, percezione, memoria, relazioni sociali e persino le forme della sensibilità. L’enciclica mostra grande consapevolezza di questa dimensione quando denuncia il rischio di una «disumanizzazione» prodotta dall’assolutizzazione del paradigma tecnocratico. Il problema non è la tecnica in sé, che il testo giustamente riconosce come parte integrante della storia umana, ma la possibilità che siano gli esseri umani ad assumere progressivamente la logica delle macchine come modello di sé stessi.

Leone XIV affronta così alcune delle questioni oggi più urgenti. Che cosa resta dell’esperienza umana quando la presenza del corpo viene progressivamente marginalizzata? Che cosa perdiamo quando le relazioni con gli altri esseri umani vengono sostituite da simulazioni relazionali algoritmiche sempre più persuasive? E quale idea di essere umano rischia di affermarsi quando tutto viene misurato prendendo a modello la superumana efficienza tecnologica? Naturalmente le tecnologie digitali possiedono anche enormi potenzialità positive: possono ampliare l’accesso alla conoscenza, favorire nuove forme di cooperazione e offrire strumenti preziosi in ambito medico, educativo e sociale. Proprio per questo il problema non può essere affrontato contrapponendo semplicemente umano e tecnica. La questione decisiva riguarda piuttosto il modo in cui vogliamo abitare queste tecnologie e il modello di umanità che scegliamo di costruire attraverso di esse.

Un altro tema forte del documento è la critica a ogni forma di riduzionismo computazionale dell’umano. Leone XIV insiste sul fatto che nessuna macchina potrà mai sostituire «nel suo splendore» la magnifica umanità incarnata. Questa affermazione non va letta come un rifiuto nostalgico dell’innovazione, ma come il riconoscimento di qualcosa che le neuroscienze contemporanee confermano sempre più chiaramente: l’intelligenza umana non coincide con la semplice elaborazione di informazioni. Essa nasce da un corpo vivente che agisce, sente, desidera, ama e soffre, e costruisce significato attraverso relazioni concrete con gli altri e con l’ambiente. Da qui deriva anche la preoccupazione dell’enciclica verso la concentrazione privata del potere tecnologico. Oggi pochi soggetti economici controllano infrastrutture digitali capaci di orientare comportamenti, emozioni e opinioni su scala planetaria. Non siamo di fronte soltanto a un problema economico o giuridico, ma a una trasformazione antropologica.

Le piattaforme digitali non organizzano soltanto informazioni: organizzano la vita delle persone. In questo contesto assume particolare significato la contrapposizione simbolica proposta dal Papa tra la torre di Babele e le mura di Gerusalemme ricostruite da Neemia. Babele rappresenta la tentazione di un’uniformità tecnica che elimina differenze e fragilità in nome dell’efficienza e del controllo. Gerusalemme diventa invece l’immagine di una costruzione collettiva fondata sulla pluralità, sulla responsabilità condivisa e sulla relazione. Da una prospettiva neuroscientifica, questa opposizione coglie un elemento essenziale: l’essere umano non si sviluppa nell’isolamento, ma nella cooperazione e nella reciprocità. Noi esseri umani siamo costitutivamente relazionali. La scienza oggi ci dice che la predisposizione alla relazione con l’altro inizia già nella fase prenatale. Il rischio maggiore dell’IA non è dunque quello, spesso evocato, di macchine che diventino “più intelligenti” dell’uomo. Il rischio è che gli esseri umani finiscano per pensare sé stessi come macchine. Che adottino come modello la logica della prestazione, dell’ottimizzazione e della prevedibilità algoritmica. La posta in gioco non riguarda soltanto il futuro della tecnologia, ma il futuro di chi vogliamo essere. Per questo trovo particolarmente importante l’appello finale dell’enciclica a “rimanere umani”. Rimanere umani significa custodire ciò che nessuna automazione può replicare pienamente: la vulnerabilità del corpo vivente, la ricchezza dell’esperienza affettiva, la capacità di empatia, la relazione con l’altro, e l’apertura a un significato che eccede ogni calcolo. Nel tempo dell’Intelligenza artificiale, la vera sfida non è costruire macchine sempre più simili all’essere umano. È evitare che gli esseri umani diventino sempre più simili alle macchine.

Tratto da un articolo di Vittorio Gallese, pubblicato su Avvenire di martedì 26 maggio 2026

Il filosofo Floridi: «No a una società che ottimizza tutto: affrettiamoci, sì, ma per rallentare»

di Andrea Lavazza

Il filosofo vede le enormi potenzialità dell’IA, ma condivide appieno la necessità di governarla con attenzione. L’appello di Leone XIV: «È una tecnologia che ridisegna l’ambiente in cui agiamo e che, a sua volta, ci influenza»

Una consonanza dal versante accademico che conferma la bontà e l’urgenza delle riflessioni della Chiesa sull’intelligenza artificiale. Luciano Floridi, romano, 61 anni, è tra i massimi studiosi di etica dell’IA, nonché fondatore della filosofia dell’informazione: ha cattedra a Yale e a Bologna dopo molti anni a Oxford; imprescindibile il suo volume “Etica dell’intelligenza artificiale” (Cortina editore). Oggi legge la Magnifica humanitas con “Avvenire”, per dire che sì, l’IA è uno strumento straordinario, ma va governato con attenzione. E che, se saremo inerti, il futuro non sarà necessariamente luminoso.

Professor Floridi, l’enciclica muove dall’idea che la tecnologia non sia neutrale, che non basti cercare di usarla bene invece che male. Quali caratteristiche strutturali ha l’intelligenza artificiale cui dobbiamo fare particolare attenzione?

Un martello serve a piantare chiodi e, anche nelle mani sbagliate, usato come arma, resta un martello che non cambia chi lo usa. L’IA non funziona così. È una tecnologia che ridisegna l’ambiente in cui agiamo e che, a sua volta, ci influenza. Per questo la neutralità è un’illusione: è meglio parlare di una duplice carica, non della sua assenza. E nel caso dell’IA, questa carica è enorme. Per le caratteristiche, ne sottolineerei almeno tre. L’accessibilità: sono strumenti sempre più potenti e facili da usare e sempre meno costosi. La dimensione: gli stessi sistemi interagiscono con milioni di persone contemporaneamente e senza sosta, in modo pervasivo e dettagliato, e ciò che, individualmente, può essere innocuo, su scala aggregata diventa una forza trascinante. Infine, l’automazione: la produzione di contenuti, la gestione di processi, decisioni, opzioni e scenari, sono facilmente delegabili con successo all’IA. Tutto questo può portare all’erosione del giudizio su che cosa fare e della responsabilità su che cosa si è fatto, e credo che qui stia il punto etico dell’enciclica. Una società che cede il proprio ruolo guida è asservita a chi controlla la tecnologia in questione.

L’IA, nell’accorata diagnosi di Leone XIV, sembra spingere sempre più verso l’efficienza, la rapidità, la competizione, riducendo l’accettazione sociale del limite e della fragilità. Tante persone vulnerabili rischiano di finire ai margini. Come si può rispondere a questa preoccupazione?

La diagnosi è esatta e l’ho vista all’opera anche nella sanità, che è un banco di prova tra i più rischiosi. I sistemi di IA tendono a ottimizzare ciò che è misurabile e a scartare ciò che non lo è, come il tempo dell’ascolto, la pazienza con un anziano confuso, o la cura di chi non guarirà. Una società che adotta acriticamente questi strumenti finisce per assomigliarvi. Ho parlato altrove di eclissi dell’analogico: ci fermiamo agli aspetti digitali, cioè al modello, finendo per ignorare il sistema che stiamo modellando, sia una paziente, uno studente o un’intera città. La risposta non è vietare o cercare di frenare la tecnologia, ma cambiare la domanda che le rivolgiamo. Non «come faccio la stessa cosa più in fretta?», ma «che cosa dovrei fare in più o meglio, ora che ho tempo?». L’IA può liberare ore di lavoro burocratico in un ospedale, ma quelle ore vanno restituite ai pazienti, non sottratte alla pianta organica, come invece accade. Oggi l’IA serve ad assumere un infermiere o una dottoressa in meno. Tradurre il guadagno di efficienza in cura, e non in taglio, è una scelta politica, non un automatismo del mercato. La fragilità dovrebbe trarre vantaggio dall’IA, non esserne vittima. Ma temo che le cose andranno diversamente, sta già accadendo.

Leone insiste sui rischi di disinformazione sistematica a causa di alcuni nuovi strumenti di IA generativa con conseguenze per la stabilità delle democrazie. Era anche il primo richiamo di un intellettuale laico come Daniel Dennett. C’è un modo per mitigare questo pericolo?

Wittgenstein lo aveva intuito molto tempo fa: chi imita un linguaggio non lo possiede, e una macchina che produce frasi grammaticalmente perfette non sta dicendo nulla, sta solo calcolando. Vedo anche autori di libri pop che confondono la gestione impeccabile del significato di «dolore» con la comprensione del dolore. Per semplificare, è la stessa gente che confonde l’indefinibilità dell’indefinibile con quella di «indefinibile». Non sono giochi di parole ma fallacie logiche gravi e fuorvianti. Il problema è che le stesse fonti presentano questi sistemi come se fossero intelligenze aliene o sovrumane che votano, persuadono, giudicano, fanno interviste e così via. Una disinformazione che avvelena il dibattito pubblico mentre la convivenza democratica si basa anche sulla distinzione fra ciò che è autentico e ciò che è simulato. Tutto questo si potrebbe mitigare, e in parte prevenire. Sul piano tecnico, sappiamo farlo con la marcatura obbligatoria dei contenuti sintetici e con sistemi di verifica della provenienza, ma manca la volontà di imporlo. Sul piano normativo, con sanzioni rapide e pesanti per chi diffonde deepfake in particolare in contesti elettorali, sanitari e giudiziari. Anche qui è abbastanza facile, ma in Italia un decreto-legge in questo senso è stato recentemente bocciato, quando avrebbe dovuto passare con il consenso di tutti. Sul piano culturale, e qui sta la maggiore fatica, restituendo alle varie fonti educative – inclusa, ma non solo, la scuola – il compito di insegnare a capire. Una democrazia analfabeta non si difende a lungo: prima o poi qualcuno se ne approfitta.

Nella Magnifica humanitas si lamenta la concentrazione del controllo sull’AI in mani private, con il prevalere di logiche di profitto e potere, senza considerazione degli effetti meno positivi della rivoluzione digitale, a partire dallo sfruttamento di lavoratori e ambiente fino alle prospettive di disoccupazione di massa. Questa tendenza è inevitabile? Può essere invertita?

Inevitabile, no. Difficile da invertire, molto. Oggi pochissime aziende detengono il calcolo, i dati, i modelli, i fondi necessari, e quindi il futuro. Non è solo il mercato che ha prodotto questa concentrazione, sono soprattutto le scelte politiche, o meglio la loro assenza, a renderla possibile, come è già avvenuto per il Web. E ciò che la politica ha permesso, la politica può correggere, ma si continua a rimandare e a non voler fare i conti con il fatto che il digitale, IA inclusa, è la spina dorsale della società del ventunesimo secolo, l’infrastruttura che non deve essere in poche mani private. Le democrazie liberali europee hanno la possibilità di agire diversamente. È frustrante, perché si potrebbe fare, ma non si fa. L’Europa ha le risorse per rendersi indipendente, se volesse. Infrastrutture di calcolo pubbliche, come Leonardo a Bologna, dati di alta qualità, condivisi su basi legali ed etiche, per esempio come prevede il regolamento sullo spazio europeo dei dati sanitari, una regolazione che non insegua ma indirizzi l’innovazione, competenze tecniche, i fondi per usarle. Sul lavoro, la disoccupazione di massa è solo uno scenario: dipende da come ridistribuiamo i profitti e i rischi. Se restano agli azionisti, avremo società più diseguali, ma se finanziano la formazione, la riduzione dell’orario di lavoro e i redditi di transizione, avremo società migliori. È una scelta che in Europa, dove la possiamo ancora cambiare, stiamo sbagliando ogni giorno.

Il Papa chiede se gli attori principali del mondo dell’IA si interrogano sulla meta che vogliono raggiungere. Hanno un obiettivo per quello che stanno costruendo o perseguono l’innovazione senza un quadro spirituale, etico e politico, come si dice nell’enciclica?

Mi sono trovato allo stesso tavolo con molti di loro, e la risposta onesta è che dipende dal contesto in cui glielo si chiede. Operativamente, hanno obiettivi precisissimi, trimestre per trimestre. Culturalmente, alla luce della destinazione storica e morale dell’impresa, prevale un mix di entusiasmo quasi fantascientifico e di vaghezza programmatica. «Costruiamo un’IA per l’umanità» è uno slogan vuoto, e tutto ciò che resta alla fine di troppe chiacchiere inutili. Il vuoto è proprio quello che il Papa indica: manca ciò che chiamo un progetto umano per il ventunesimo secolo. La tecnologia non è regolamentata da chi la sviluppa. L’elettricità, il nucleare, gli antibiotici, i vaccini, la motorizzazione, hanno richiesto politica, diritto, ed etica pubblica. Vale anche per l’IA. Gli ingegneri costruiscono la tecnologia, ma una tecnologia non si governa con la sola ingegneria. Per questo l’ampliamento dell’orizzonte spetta alle istituzioni, alle Chiese, alle università, alla società civile e, soprattutto, alla politica.

Nel testo si parla delle tendenze transumaniste e postumaniste, opponendo la raccomandazione di conservare l’umano nell’era digitale. Come si può declinare a livello etico e pratico?

Per molti versi, il transumanesimo è solo l’ultima espressione di una vecchia eresia gnostica: la convinzione che il corpo sia un errore da correggere e la finitezza una malattia da curare. Nel caso migliore è un’illusione ingenua; nel caso peggiore, è un progetto eugenetico travestito da liberazione. Ma l’umano non è un difetto di fabbrica da superare, è la condizione che dà senso alle nostre scelte. Siamo una bellissima eccezione di natura, casuale per alcuni, voluta per altri. Questa eccezionalità va apprezzata e sostenuta, non eradicata. Dobbiamo progettare tecnologie che sostengano e potenzino le persone nelle loro scelte e nei loro progetti, anche sociali, e che possano aiutarle o sostituirle nei compiti gravosi, per liberarle e offrire loro opportunità migliori. Difendere gli spazi del non-funzionale – non dell’inutile, ma dell’unicamente rilevante – come la riflessione, il divertimento, la conversazione, o la lentezza del silenzio. Una società che ottimizza ogni cosa perde tutto questo e quindi la sua umanità. È una vecchia lezione monastica, ed è curioso che oggi tocchi a un filosofo agnostico come me ricordarla. Leggo così il vecchio motto festina lente: affrettarsi per poter rallentare. Come dico ai miei studenti, bisogna essere il più efficienti possibile per avere tempo di guardare fuori dalla finestra.

Le armi a guida autonome spaventano perché sembra che le decisioni di morte saranno prese dalle macchine senza più supervisione né responsabilità umana. L’IA è già entrata nelle guerre in corso. Vede un’ulteriore deriva verso conflitti guidati dagli algoritmi?

La vedo. E la temo. In Ucraina e a Gaza, per parlare solo di conflitti vicini a noi, i sistemi di selezione dei bersagli assistiti dall’IA sono impiegati da tempo. La cronaca ha mostrato che cosa accade quando l’operatore umano si limita a premere un pulsante su opzioni generate dall’IA: la supervisione diventa un ok e l’ok una mera formalità. La responsabilità, che è il cuore del diritto in contesti bellici, dal processo di Norimberga in poi, si dissolve in una catena di automatismi. Per questo servono almeno due cose. Giuridicamente, dobbiamo arrivare il prima possibile a un trattato internazionale che vieti le armi letali pienamente autonome, sul modello delle convenzioni sulle armi chimiche, e che renda penalmente imputabile chi usa sistemi opachi, ricostruendo la catena di responsabilità. Culturalmente, dobbiamo ricordare che decidere di uccidere può essere inevitabile, ma resta una decisione assunta da un soggetto che ne è responsabile. Perciò la deriva, che è reale, è anche molto pericolosa e va evitata.

Intervista di Andrea Lavazza al filosofo Luciano Floridi, tratta dal quotidiano Avvenire del 24 maggio 2026

Un cammino di discernimento
per abitare la rivoluzione digitale

di Antonio Staglianò

L’idolatria tecnocratica riduce la persona a funzione. Il cristianesimo indica una via per custodire l’umano. La differenza non è nella macchina, ma nell’idea di uomo che la guida: semplice animale razionale che sopravvive oppure immagine di Dio, capace di comunione

Non ci sono ricette facili. La rivoluzione digitale non si affronta con un decalogo di divieti né con entusiasmo acritico, ma con un cammino di discernimento comunitario. Fin qui abbiamo messo a fuoco nodi decisivi: paura ed euforia sono insufficienti; l’antropologia viene prima dell’etica; l’uomo è vocazione all’infinito; il rischio vero è l’idolatria. Ora, in quest’ultima sosta, proviamo a chiederci: quale “teologia manca” per abitare il futuro senza smarrirci? Per decenni abbiamo creduto che la secolarizzazione avrebbe relegato la fede nel privato. Oggi ci accorgiamo che le categorie teologiche non sono scomparse: sono emigrate in nuovi luoghi, spesso travestite da ideologia . Peter Thiel, ideologo della nuova destra americana, parla apertamente di “Anticristo” per bollare la burocrazia europea, e di “peccato originale” per legittimare la guerra come destino ineluttabile. Il suo merito è denunciare la rimozione illuminista del male; ma il suo errore è capovolgerla: se l’Illuminismo sperava di eliminare la violenza con la ragione, Thiel la accetta come destino. Entrambi mancano il pensiero che la tradizione ebraico-cristiana ha sempre custodito: la violenza è reale, ma non è originaria; l’uomo è creato buono, a immagine di Dio, e il peccato è una ferita, non una natura. Di fronte a questo scenario, la domanda non è se la teologia debba avere un posto nel dibattito pubblico – lo ha già. La vera domanda è: quale teologia ? Quella che riduce la fede a lessico per nobilitare la potenza, o quella che sa che l’unica via d’uscita dalla violenza è il dono di sé?

L a tradizione cattolica tiene insieme due verità: la realtà del peccato (e quindi la legittimità della difesa) e la priorità della pace come opera di giustizia e amore. Per questo Papa Leone può affermare che “non esiste una guerra giusta”: non è pacifismo ingenuo, ma realismo più alto, nell’era atomica e delle guerre che colpiscono i civili.

Questa visione dell’umano è anche la risposta più profonda alla sfida dell’intelligenza artificiale. L’IA, come ogni tecnica, può servire la logica della potenza (sorveglianza, armi autonome) o la logica della cura (diagnosi, accesso al sapere). La differenza non è nella macchina, ma nell’idea di uomo che la guida . Se l’uomo è solo un animale razionale che cerca di sopravvivere, l’IA sarà uno strumento di potenza. Se l’uomo è immagine di Dio, ferita ma redenta, capace di amore gratuito, allora l’IA potrà diventare strumento di comunione .

D obbiamo esserne consapevoli: l’intelligenza, nel senso pieno che la tradizione filosofica riconosce come nous o logos , non è semplice capacità di calcolo. È esperienza incarnata, apertura al significato, coscienza di sé e del mondo. Appartiene all’uomo come essere simbolico e relazionale: non solo colui che conosce, ma colui che attribuisce senso . Gli algoritmi, per quanto sofisticati, operano entro schemi, ma non abitano il mistero dell’esistenza. Nella prospettiva cristiana, la luce dell’intelligenza umana non è autosufficiente. Essa è partecipazione a una luce più grande: quella dell’amore che si dona. In Gesù Cristo, l’intelligenza si trasfigura in sapienza: non mera comprensione del mondo, ma relazione viva con l’infinito. L’uomo comprende davvero solo quando ama, perché l’amore apre alla verità dell’altro. L’IA può essere letta come téchne – un sapere operativo, utile e potente, ma subordinato alla saggezza pratica dell’uomo. Non è un soggetto, ma un oggetto affidato alla responsabilità umana. L’uomo resta il “precettore” dell’IA: colui che ne orienta l’uso verso il bene comune o verso l’alienazione. Quando però l’uomo abdica, tentando di delegare all’IA il pensiero, la decisione, persino il senso, si produce una frattura. È una forma contemporanea di hybris : il desiderio di superare i propri limiti, finendo per smarrirne il significato. L’imperfezione umana, lungi dall’essere un difetto da eliminare, è il luogo stesso della libertà, della creatività, della relazione. Il mito greco illumina questa tensione con sorprendente attualità. Efesto forgia armi perfette per Achille: la tecnica potenzia l’eroe, gli offre un vantaggio decisivo su Ettore. Eppure quella perfezione tecnica non salva Achille dal suo destino: la sua vulnerabilità resta, e si compie attraverso la freccia di Paride. Nessuna tecnica può colmare la finitezza umana né sostituire la sapienza del vivere. Così anche oggi: l’IA può essere strumento straordinario, come le armi di Efesto, ma non può diventare il principio guida dell’esistenza. Solo un uomo illuminato dall’amore – per gli altri, per il creato, per ciò che lo trascende – può orientare la tecnica verso un orizzonte di senso.

C ome si traduce tutto questo in un cammino pratico? Non con un decalogo. Con un metodo . Pregare insieme . La preghiera cambia lo sguardo: ci libera dall’ansia di controllare, ci apre alla fiducia, ci fa vedere la realtà con gli occhi di Dio. Interrogare la Scrittura . La Parola di Dio non parla di algoritmi, ma parla dell’uomo. E parlare dell’uomo è la premessa per parlare bene di ogni sua opera. Confrontarsi con chi sa . Il discernimento ha bisogno dei saperi tecnici, filosofici, umani. La comunità non si chiude in sé stessa, ma dialoga. Ascoltare i fragili . Quale impatto ha questa tecnologia sugli ultimi? L’IA può aumentare le disuguaglianze o ridurle. Il povero è il criterio di verità della comunità cristiana. Scegliere insieme . Il discernimento arriva a decidere. La decisione non è mai individuale, ma frutto di un cammino in cui ci si ascolta, si sbaglia, si impara.

Una tentazione ricorrente è vedere l’IA come un nemico da combattere. È comprensibile, ma sbaglia bersaglio. L’IA non è il nemico: è uno strumento. Il nemico è l’idea di uomo che spesso accompagna il suo uso: l’uomo ridotto a funzione, a dato, a consumatore. La tradizione cristiana non è mai stata iconoclasta in modo semplicistico: ha saputo assumere le tecniche nuove (dalla stampa a internet) e orientarle al bene comune. Oggi è chiamata a fare lo stesso con l’IA. Per farlo ha però bisogno di una teologia matura . Non di una teologia nascosta nel privato, ma di una teologia che sa parlare nel dibattito pubblico con le sue categorie proprie: peccato originale, redenzione, grazia, corpo, comunità, pace. Perché queste categorie non sono antiquate: sono l’antidoto sia all’utopia tecnocratica (che crede di eliminare il male con gli strumenti giusti) sia al cinismo della potenza (che accetta il male come destino). La teologia cristiana sa che il male è reale ma non è l’ultima parola, perché l’ultima parola è l’amore di Dio che vince la morte.

Ecco la giusta direzione: non la fuga, non la resa, ma l’abitare sapiente del tempo digitale. Si tratta di restituire alla comunità credente gli strumenti per un cammino: un’antropologia alta, un’idea di ragione aperta all’infinito, una sapienza dell’uso, un discernimento comunitario. Il tempo che abbiamo tra le mani è un tempo di passaggio. La tentazione è lasciarsi travolgere o rifugiarsi nella nostalgia. La vocazione cristiana è abitare il presente con la consapevolezza che nulla di umano ci è estraneo, e che ogni creatura – anche un algoritmo – può essere assunta in un cammino di umanizzazione, se il nostro cuore è orientato verso Colui che è la Verità. L’IA ci interroga, ma non ci definisce. L’umano non è un prodotto, ma un dono. Non è un problema da risolvere, ma un mistero da custodire. E la custodia di questo mistero non è delegabile a un algoritmo, né a un’ideologia, né a un capo carismatico . È la vocazione di ogni credente, e di ogni comunità che voglia rimanere fedele alla verità dell’uomo e alla verità di Dio. Con questa consapevolezza, possiamo entrare nel futuro senza paura e senza ingenuità. Perché sappiamo chi siamo: creature amate, chiamate per nome, destinate all’Amore che non tramonta .

Non diventiamo schiavi dell’IA se sappiamo di essere aperti a Dio

di Antonio Staglianò

L’idea kantiana che sia conoscibile solo ciò che ricade nell’esperienza sensibile finisce col negare l’aspirazione di aprirci a un orizzonte di vero e di bene. Rischiando oggi di consegnarci a una tecnologia “liberatrice” che non è “mezzo” per andare oltre i nostri limiti ma diventa un idolo. Ce lo spiega Antonio Rosmini…

C’è un ostacolo invisibile che condiziona il nostro pensare l’intelligenza artificiale. Non è un algoritmo, né una legge, né un interesse economico. È un’eredità filosofica che abbiamo interiorizzato al punto da non riconoscerla più: l’impostazione di Immanuel Kant.

Per Kant la ragione umana ha confini invalicabili. Possiamo conoscere solo ciò che cade nell’esperienza sensibile; Dio, la libertà, l’anima sono postulati morali, non verità accessibili. L’etica stessa si fonda sul rispetto di questi limiti: l’uomo è libero perché sa auto-limitarsi. Questa logica ha plasmato anche il nostro rapporto con la tecnica. Di fronte all’IA scatta subito il ragionamento: «Dobbiamo porre confini, impedire che la macchina superi certe soglie». È un approccio nobile, ma che nasconde un presupposto: la libertà umana consisterebbe essenzialmente nel porre limiti a sé e al mondo.

Tuttavia, questa logica, quando diventa l’unico orizzonte, rischia di trasformare l’etica in una gabbia. E alimenta la reazione opposta: chi non accetta limiti si sente un liberatore, un superuomo che infrange le barriere. L’euforia tecnologica – il sogno di potenziamento senza confini – è il rovescio esatto del kantismo. Due facce della stessa medaglia: l’una dice “limite”, l’altra “trasgressione”. Entrambe credono che l’uomo sia definito dai suoi confini e che la libertà sia il loro rispetto o la loro violazione.

La tradizione cristiana, e in particolare l’antropologia di Antonio Rosmini, rovescia questo schema. Per Rosmini l’uomo non è definito dai suoi limiti ma dalla sua apertura all’infinito. Il suo orizzonte non è un confine ma l’Assoluto stesso.

Come è possibile? Perché l’uomo possiede un’idea innata dell’Essere perfetto, un “lume intellettuale” che non è Dio stesso ma è la presenza creaturale del Verbo nell’intelletto umano. Questo lume è indeterminato e infinito: non ha confini perché l’Essere, in quanto tale, non ha limiti. L’uomo, che partecipa di questo lume, è quindi per costituzione un essere aperto all’infinito. La sua umanità non ha confini chiusi ma è un’apertura. L’autotrascendimento non è un’eccezione ma la legge costitutiva dell’esistenza umana.

Da qui la formula folgorante di Rosmini: «Il confine dell’essere umano è Dio». Non un limite che imprigiona ma un orizzonte che chiama. L’uomo non è una monade chiusa che deve imparare a rispettare le barriere; è un essere che esiste in uscita, costitutivamente orientato verso Colui che è la pienezza dell’Essere.

Questa visione cambia radicalmente il nostro rapporto con la tecnica. Se l’uomo è apertura all’infinito, la sua libertà non consiste nel porre limiti (o nel violarli), ma nell’orientare il suo desiderio verso il vero, il bene, la bellezza. Il limite vero non è nella potenza tecnica ma nell’eventuale perdita di direzione. Non “quanto possiamo sviluppare?”, ma “come sviluppare perché serva la vocazione umana all’infinito?”.

Rosmini non rifiuta Kant: ne riconosce il merito di aver posto al centro la libertà e la dignità. Ne smonta il presupposto di fondo: l’idea che la ragione sia limitata per sua natura. Per Rosmini la ragione è costituita dall’Essere infinito, e quindi può pensare l’infinito, può aprirsi al mistero. Se invece la ragione fosse per natura limitata ogni discorso sull’IA si ridurrebbe a un problema di confini. Ma se è aperta all’infinito, la domanda diventa: come usare l’IA perché questa apertura non venga soffocata ma sostenuta e orientata?

Vittorio Possenti ci ricorda che l’essenza umana non è una staticità da fissare, ma «principio dinamico e propulsivo del vivente». L’essenza – lungi dall’essere una gabbia – stabilisce l’ambito delle potenzialità e ne traccia i confini come orizzonti di realizzazione, non come muri. Questa è la ragione per cui l’uomo può crescere senza tradire sé stesso. L’errore della modernità è stato credere che la tecnica incarni una «volontà di potenza impersonale». In realtà, «non siamo onesti con noi stessi quando impersonalmente parliamo della volontà di potenza della tecnica: più esattamente dovremmo dire “volontà di potenza che è nell’uomo”». La tecnica non è un destino: è un’invenzione umana. Riconoscerlo ci libera dall’idolatria tecnologica e dalla paura paralizzante. L’etica, in questa prospettiva, non è una recinzione. È una sapienza di orientamento. Non dice solo “non oltrepassare” ma indica una direzione: “vai verso”. Non si limita a proteggere l’uomo dai pericoli della tecnica, ma lo aiuta a usare la tecnica per realizzare la sua vocazione più alta.

Forse l’errore più grande della modernità è stato pensare l’uomo a partire dai suoi limiti. L’illuminismo ha detto: l’uomo è finito. Il romanticismo ha reagito: no, è infinito. Entrambi hanno colto un aspetto, ma hanno pensato la tensione come un conflitto, mentre è invece una vocazione. La tradizione cristiana lo sa: l’uomo è creatura, contingente, fragile, ma creata «a immagine e somiglianza di Dio». Questa è la sua grandezza: non di essere Dio ma di essere chiamato a partecipare, per grazia, alla vita divina. Il suo limite non è un muro, ma una soglia. E la soglia non è qualcosa che chiude, ma qualcosa che apre.

Di fronte all’IA, questo cambio di prospettiva è decisivo. Se l’uomo è solo un insieme di limiti da rispettare, l’IA sarà sempre una minaccia. Invece, se l’uomo è apertura all’infinito, allora l’IA può diventare uno strumento per abitare meglio questa apertura: liberare tempo per la contemplazione, amplificare la conoscenza, sostenere la cura. Non come fine, ma come mezzo. Non come idolo, ma come servitore.

C’è un’ultima conseguenza. Se l’uomo è apertura all’infinito, la sua libertà non è arbitrio né obbedienza a un codice esterno. È la capacità di aderire al bene. Rosmini parla di «libertà della persona in relazione amativa». Non si è liberi perché non si dipende da nessuno; si è liberi perché si è capaci di amare, e l’amore è dono di sé. Questa è la libertà che nessun algoritmo potrà mai simulare. L’algoritmo può ottimizzare, scegliere, apprendere. Ma non può darsi. Non può dire “ti amo” con quella gratuità che è l’unica vera libertà.

In un’epoca in cui tutto sembra diventare calcolo, prestazione, efficienza, riscoprire questa libertà è un atto di resistenza. Non contro la tecnica, ma oltre la tecnica. Non per rifiutare l’IA, ma per usarla senza diventarne schiavi. Perché chi sa di essere amato prima ancora di fare qualcosa, chi sa di essere pensato dall’eternità, non ha bisogno di dimostrare il proprio valore con la potenza. Può usare la potenza senza esserne posseduto.

L’uomo, per la tradizione cristiana, non è un essere chiuso in un recinto di limiti. È un essere che sta su una soglia: tra il tempo e l’eternità, tra la creatura e il Creatore. Questa soglia non si difende con le barriere, ma con l’orientamento. La sfida dell’IA ci interroga proprio su questo: sappiamo ancora chi siamo? Abbiamo ancora un’idea dell’umano che non sia solo funzionale? Se ritroviamo questa consapevolezza, possiamo entrare nel futuro senza paura. Non perché la tecnica non sia potente, ma perché la nostra dignità non dipende da essa. Siamo immagine di un Amore che non tramonta, e ogni creatura – anche un algoritmo – può essere assunta in questo amore, se il nostro cuore è orientato nella giusta direzione.

Monsignor Antonio Staglianò è Presidente della Pontificia Accademia di Teologia. L’articolo è stato tratto dal quotidiano “Avvenire” del 24 maggio 2026.

Algoritmi e cuori inquieti. Sant’Agostino nella Magnifica humanitas

di Paola Muller

«Ogni civiltà dipende, in ultima analisi, da ciò che ama». La questione fondamentale non è se usare o meno l’Intelligenza artificiale, ma quale idea di uomo stia prendendo forma in essa

«Ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha quiete finché non riposa in te» ( Confessioni 1.1). Non è una citazione ornamentale. È il punto da cui prende avvio la riflessione di Magnifica humanitas . Con questa scelta, Leone XIV colloca la sua Enciclica sull’Intelligenza artificiale all’interno di un pensiero preciso, esigente, inesauribile: quello di sant’Agostino. Le tracce disseminate sono numerose.
Il nodo è antropologico: prima capire cos’è l’uomo, poi giudicare le sue opere. L’essere umano non è una macchina da potenziare indefinitamente né un sistema biologico da ottimizzare. È un essere inquieto, desiderante, aperto all’infinito. Può davvero un algoritmo rispondere alla domanda sul significato della sofferenza, dell’amore o della morte? «Che cos’è il mio cuore, se non un cuore umano?» ( La Trinità 4.1), si chiede Agostino. Comprendere chi siamo, chi siamo chiamati a essere e in quale direzione vogliamo andare: è questa, per Agostino come per Leone XIV, la domanda decisiva per individuare nuove risposte alle sfide del nostro tempo.

Da qui nasce anche la critica al transumanesimo, che interpreta la fragilità umana come un difetto da correggere attraverso il potenziamento tecnologico. Il limite è una dimensione costitutiva della creatura. Accettarlo non significa rinunciare al progresso bensì impedire che il progresso diventi disumano. «Considerate che siamo viandanti – scrive l’Ipponate –. Voi dite: che significato ha “camminare”? Lo dico in breve: “progredire”. […] Fate progressi, fratelli miei, esaminatevi sempre, senza inganno, senza adulazione, senza accarezzarvi» ( Discorso 169, 15.18).

È difficile immaginare un antidoto più efficace all’autocompiacimento tecnologico. Per Agostino il vero progresso non consiste nell’aumentare indefinitamente le proprie capacità ma nel guardarsi con verità. L’esame di coscienza è una palestra di libertà. Fallimento, dolore e morte sono i luoghi nei quali l’uomo scopre di non bastare a sé stesso. È qui che riemerge l’ humilitas agostiniana come via privilegiata verso Dio, contrapposta alla superbia di chi vuole autoelevarsi senza Dio.

L’uomo si definisce a partire da ciò che ama: «Ciascuno è tale quale l’amore che ha. Ami la terra? Sarai terra. Ami Dio? Dovrei concludere: tu sarai Dio. Ma non oso dirlo io» ( Commento alla Lettera di Giovanni 4.2). E sono due amori a caratterizzare le due città, quella terrena e quella celeste. Papa Leone XIV sceglie la torre di Babele come immagine simbolica del presente. L’umanità tecnologica viene descritta come una civiltà che rischia di misurare tutto in termini di efficienza, prestazione e controllo. È esattamente la dinamica che Agostino aveva riconosciuto nella città terrena: una società edificata sull’amore disordinato di sé e sulla volontà di dominio.

A questa logica di autosufficienza l’enciclica contrappone l’immagine di Gerusalemme ricostruita da Neemia: una città che nasce non dal potere, ma dalla corresponsabilità; non dall’uniformità, ma dalla comunione; non dalla tecnica elevata a idolo, ma da un popolo che riconosce Dio come fondamento della convivenza umana. Ogni civiltà dipende, in ultima analisi, da ciò che ama. «Ogni amore o ascende o discende, dipende dal desiderio: se è buono, ci innalziamo a Dio; se è cattivo, precipitiamo nell’abisso» ( Esposizione del Salmo 122.1). Non esistono, per Agostino, società moralmente neutrali: ogni ordine storico nasce da un orientamento del cuore. Anche la tecnica, allora, non è mai semplicemente uno strumento neutro. Esiste sempre una volontà che la orienta, ordinata o disordinata, aperta o chiusa all’altro. Per questo, la questione fondamentale non è se usare o meno l’Intelligenza artificiale, ma quale idea di uomo stia prendendo forma in essa.

Qui si innesta un altro tratto profondamente agostiniano: il realismo storico. Agostino non era un pessimista, ma era immune dalle illusioni progressiste. La storia è ambigua; ogni costruzione umana porta la traccia del peccato; il progresso non coincide automaticamente con il bene; il potere tende alla concentrazione e al dominio. La Magnifica humanitas mantiene questo realismo: denuncia le strutture economiche ingiuste, la manipolazione sociale attraverso gli algoritmi, i nuovi monopoli del dato, senza cedere né al catastrofismo né all’entusiasmo ingenuo. Ma invita a non stancarsi mai di operare per il bene: «Se poi hai detto: basta; sei addirittura perito. Aggiungi sempre, avanza sempre, progredisci sempre» ( Discorso 169, 15.18), esorta Agostino. Progredire significa non smettere mai di lasciarsi correggere dalla verità. È la postura di chi sa che la città di Dio è peregrinante nella storia e che nessun ordine politico o tecnologico ne anticipa la pienezza.

Anche la visione della Chiesa è segnata da questo orizzonte. La comunità cristiana non si presenta come un potere alternativo né come un sistema ideologico concorrente, bensì come popolo pellegrino nella storia. È una Chiesa che accompagna, discerne, dialoga, senza identificarsi pienamente con alcun ordine politico o culturale. Legata a questo è anche la concezione agostiniana della pace come tranquillitas ordinis , armonia delle differenze ordinate nell’amore. L’enciclica la traduce con precisione: Babele produce uniformità e incomprensione; Gerusalemme nasce dalla pluralità riconciliata. La vera unità non è omologazione tecnica; la comunione nasce dalla carità; le differenze, custodite e non cancellate, possono diventare «energie creative».

Coniugando autonomia personale e responsabilità sociale, Agostino chiama i cristiani a impegnarsi concretamente: «E voi dite: sono tempi difficili, sono tempi duri, tempi di sventure. Vivete bene e, con la vita buona, cambiate i tempi: cambiate i tempi e non avrete di che lamentarvi» ( Discorso 311, 8.8). In fondo, è questa la sfida che Leone XIV raccoglie da Agostino. Non chiedersi soltanto quale futuro stiamo costruendo con le nostre tecnologie, ma quale umanità stiamo diventando attraverso di esse. È una domanda che interroga ciascuno di noi.

Algoritmi e cuori inquieti. Sant’Agostino nella Magnifica humanitas di Paola Muller, tratto dal sito web di Avvenire, 6 giugno 2026

Riscoprire il valore della fiducia al tempo dell’IA

di Adriano Fabris

In un mondo dove
regna la diffidenza non sarebbe possibile creare una comunità. Dalle truffe agli algoritmi, una riflessione sull’affidamento reciproco che rende possibile la vita insieme

Nei giorni scorsi un anziano amico è stato truffato. Non è stato il solo, in questo periodo, a essere vittima di persone senza scrupoli. Ma perché una truffa ha successo? Che cosa ci fa cadere nella trappola? Ogni truffa si basa sul fatto che il truffatore ci convince a fare certe cose anzitutto perché riesce a guadagnarsi la nostra fiducia. Di conseguenza l’unico rimedio per evitare di essere truffati sembrerebbe quello di non dare più fiducia a nessuno. È ciò che dice adesso il mio amico: non voglio credere più a niente. Si tratta però di una scelta sbagliata. Riflettiamoci un attimo.

Che cos’è la fiducia? Su che cosa si basa? Perché ne abbiamo bisogno? La fiducia è una condizione fondamentale dell’essere umano. Se non c’è fiducia, non c’è possibilità di stare insieme. Il nostro essere comunità si fonda infatti su un affidarsi reciproco. Lo conferma la prima delle due etimologie della parola “fiducia”. La sua radice, nelle lingue derivate dal latino, è la stessa di fides. Esprime un atto di affidamento, un’apertura dell’essere umano a qualcosa di altro. È ciò su cui si basa la fede religiosa.

Ma perché, appunto, ci affidiamo? Lo facciamo, siamo costretti a farlo, perché abbiamo dei limiti. Ci rivolgiamo ad altri perché da soli, in molti casi, non riusciamo a raggiungere i nostri scopi. Non siamo onnipotenti, non siamo in grado di fare tutto. Ecco perché siamo costretti ad aprirci agli altri e a confidare nella loro collaborazione. Ecco perché alla fiducia non possiamo rinunciare.

Ci affidiamo agli altri perché crediamo che possano venirci incontro, magari in un momento di difficoltà, e darci quanto ci manca. Ciò presuppone però che agli altri riconosciamo il fatto di avere ciò che noi non possediamo. Magari hanno un’autorità, un potere, un’abilità a cui noi non possiamo aspirare. Questo ulteriore carattere della fiducia viene confermato dall’altra etimologia della parola, quando essa ricorre non nelle lingue neolatine, ma nell’inglese o nel tedesco. Qui la radice è la stessa del termine “albero”, “tronco dell’albero”. Indica qualcosa di saldo, di solido, di stabile. È il motivo per cui possiamo dare fiducia a qualcuno o a qualcosa. Ci affidiamo perché vogliamo appoggiarci a ciò che riteniamo sia in grado di sostenerci.

Così abbiamo chiarito che cos’è la fiducia, su che cosa si basa, perché sorge. E abbiamo capito su che cosa fa leva l’attività spregevole dei truffatori: si rivolgono a persone fragili, conquistano la loro confidenza, inducono in esse un falso bisogno, si offrono di aiutarle e poi le derubano. Per evitare questo pericolo, però, non possiamo rinunciare a qualsiasi atto di affidamento. Perderemmo quel tratto solidale che ci contraddistingue in quanto esseri umani. In un mondo governato dalla diffidenza non sarebbe possibile costruire una comunità. Ci ritroveremmo soli, in un contesto nel quale ciascuno fa il suo gioco a spese degli altri. Ma sarebbe andare da un estremo all’altro. E non si vivrebbe certo bene.

Ci vuole invece equilibrio. Bisogna fidarsi, sì, ma con prudenza. Non è possibile rinunciare alla fiducia, ma è necessario agire con misura. La prudenza è la virtù che consente di raggiungere l’equilibrio e la misura di cui abbiamo bisogno. È la virtù che ci vuole nella nostra epoca, dove sembra che solo posizioni estreme, contrapposte, violente, possano avere spazio.

Se però riusciamo talvolta a esercitare questa fiducia prudente nei rapporti sociali – e tanto più lo deve fare il mio anziano amico truffato –, ben diversa è la situazione nei casi in cui interagiamo con programmi, dispositivi, macchine. Qui, proprio nei confronti di queste entità artificiali, prevale ormai un affidamento incondizionato. Continuiamo a seguire le indicazioni del navigatore satellitare anche se vediamo che ci porta su una strada impercorribile. Preferiamo fare ciò che ci consiglia anche se la nostra esperienza ci direbbe di andare da un’altra parte. Privilegiamo ciò che sta su uno schermo piuttosto che ciò che è davanti ai nostri occhi. Perché?

Perché oggi sono le macchine, i dispositivi, i programmi ciò che ci sembra più saldo, solido, stabile. Ed è dunque, o almeno pare essere, ciò che può rimediare alle nostre debolezze. Le entità artificiali non si stancano, sono più efficienti di noi, raggiungono comunque i loro obbiettivi. Per questo sono affidabili: perché seguono a ogni costo una procedura standard.

È la piccola truffa che caratterizza il nostro tempo. Di nuovo si fa leva sulla fragilità umana, di nuovo s’induce un bisogno, di nuovo si offre un aiuto, che viene comunque pagato a caro prezzo. Se continuiamo con l’esempio del navigatore, certamente l’orientamento e le indicazioni che esso fornisce sono più precisi e accurati di quelli che potremmo ottenere con le nostre sole forze. Il bisogno indotto è quello di una efficienza sempre maggiore nei nostri spostamenti. Tale bisogno viene soddisfatto, però, a prezzo della perdita di una specifica capacità – la nostra capacità di orientarci, che diminuisce se non la alleniamo – e del conferimento ad altri di informazioni e dati che ci riguardano: senza sapere come essi verranno utilizzati.

Anche qui non è necessario rifiutare ciò che tecnologie ci danno. Basta usufruirne con prudenza. Basta essere consapevoli di ciò che implica il nostro rivolgerci a esse e delle conseguenze che questo comporta. Basta non fornire una delega in bianco a ciò che non conosciamo. Come sottolinea la Magnifica Humanitas riguardo all’intelligenza artificiale, la dimensione tecnologica offre agli esseri umani un aiuto prezioso, che però richiede attenzione.

Insomma: la fiducia è una cosa seria. Non possiamo rinunciarvi, ne abbiamo bisogno. Ma va maneggiata con cura. Va accordata a chi la merita davvero. Va sperimentata in maniera consapevole. Va verificata con prudenza. Va allenata. Solo così potrà essere un motore per la crescita e lo sviluppo dell’essere umano. Solo così potrà promuovere e sostenere la nostra capacità di creare relazioni feconde.

Riscoprire il valore della fiducia al tempo dell’IA, di Adriano Fabris, tratto dal sito di “Avvenire”, 07 giugno 2026