QUALE FUTURO TRA CAOS E NUOVO ORDINE INTERNAZIONALE?

QUALE FUTURO TRA CAOS E UN NUOVO ORDINE INTERNAZIONALE?

La seconda serata del ciclo “ESSERE CRISTIANI IN UN MONDO CHE CAMBIA”, intitolata: “Quale futuro tra caos e un nuovo ordine internazionale?”  è stata aperta dal prof. Fabio Spitaleri con una lunga introduzione del quadro internazionale e socio-politico, che proviamo qui di seguito a sintetizzare:

Adattarsi al cambiamento o restare in balia degli eventi? Sono queste le due strade che il mondo si trova davanti nel 2026, dopo un 2025 segnato da svolte geopolitiche di grande impatto. Il secondo mandato di Trump alla Casa Bianca ha sancito il ritorno a una logica di potenza, a scapito del multilateralismo, in cui i più forti impongono il proprio peso sui più deboli.

Nel nuovo anno l’Europa dovrà fare i conti con un alleato sempre più imprevedibile, mentre la guerra in Ucraina appare ancora lontana da una soluzione. Il 2026 sarà anche l’anno della verità per la fragile tregua in Medio Oriente, chiamata a superare la sua fase politicamente più complessa, anche a causa del conflitto nel Golfo Persico. In un contesto in cui la forza sembra contare più delle regole, la competizione tra potenze non si limita alla geografia tradizionale, ma si estende a nuovi campi di confronto: dalla sfida per lo spazio alla rivalità sull’Intelligenza artificiale.

E se l’arrivo del “ciclone Trump” ha riportato al centro il tema della leadership, il 2026 sarà anche un anno di donne e uomini chiamati a compiere scelte decisive per il destino dei loro paesi, a ogni latitudine. La capacità degli attori internazionali di adattarsi al cambiamento definirà non solo l’anno che sta per cominciare, ma anche gli equilibri futuri di un mondo sempre più incerto.

Di fronte al ciclone Trump vacillano i pilastri su cui si reggono le società occidentali. Molti si pongono il problema di tenere insieme il cosiddetto “Occidente”: ma che cos’è l’Occidente?

[…] Il termine Occidente indica il punto cardinale in cui il sole tramonta, sinonimo di ovest o ponente. Per estensione, viene utilizzato in ambito geografico, storico e geopolitico per definire l’insieme dei Paesi del mondo che condividono una specifica matrice culturale, sociale ed economica.

1. Significato Geografico

In geografia, rappresenta una delle quattro direzioni principali. Indica qualsiasi area situata a ovest rispetto a un altro punto di riferimento, o nello specifico la parte occidentale del globo (l’emisfero occidentale). Dal latino occĭdens, il termine deriva dal verbo occidĕre, che significa letteralmente “cadere”, in riferimento al sole che tramonta.

2. Significato Culturale e Geopolitico

In senso più ampio e storico, l’Occidente (spesso scritto con la maiuscola) fa riferimento alla cosiddetta civiltà occidentale. Il concetto si contrappone storicamente all’Oriente (o ai Paesi asiatici). Con questo termine si identifica generalmente il blocco di nazioni caratterizzato da:

  • Sistemi politici basati sulla democrazia liberale e sullo stato di diritto.
  • Economie di mercato capitaliste.
  • Una cultura derivata dall’eredità classica greco-romana e dal pensiero giudaico-cristiano.

I confini di questo concetto sono cambiati nel corso dei secoli e oggi raggruppano principalmente l’Europa occidentale, l’America del Nord (Stati Uniti e Canada) e alcuni Paesi extraeuropei culturalmente affini come l’Australia e la Nuova Zelanda.

Tratto da: Treccani – Enciclopedia di Storia

Quali sono i pilastri “giuridici” su cui si reggono le società occidentali?

Il sistema giuridico occidentale poggia su fondamenta millenarie che bilanciano il potere dello Stato e tutelano l’individuo. I pilastri fondamentali includono:

  • Stato di Diritto (Rule of Law): Il principio cardine secondo cui tutti, compresi i governanti, sono soggetti alla legge. Nessuno è al di sopra di essa.
  • Diritti Umani e Libertà Individuali: L’inviolabilità dei diritti fondamentali (vita, pensiero, espressione, proprietà), tutelati da carte costituzionali e trattati internazionali.
  • Separazione dei Poteri: La divisione tra potere legislativo (chi fa le leggi), esecutivo (chi le applica) e giudiziario (chi le fa rispettare), fondamentale per evitare abusi di potere.
  • Principio di Legalità: Nel diritto penale, garantisce che nessuno possa essere punito per un fatto che non era considerato reato da una legge precedente al fatto stesso.
  • Presunzione di Innocenza: Il principio cardine che impone di considerare una persona innocente fino a condanna definitiva, con l’onere della prova a carico dell’accusa.
  • Consenso Democratico: L’idea che il potere legittimo derivi dal consenso dei cittadini, espresso attraverso libere elezioni.

E’ opinione diffusa che il  “nocciolo duro” della civiltà e della cultura europea sia lo Stato di Diritto. Cosa s’intende per Stato di diritto? Che cosa si intende per Stato di Diritto nella U.E.?

Lo Stato di diritto impone a tutti i pubblici poteri di agire sempre entro i limiti fissati dalla legge, nel rispetto dei valori della democrazia e dei diritti fondamentali, e sotto il controllo di organi giurisdizionali indipendenti e imparziali. 

Lo Stato di diritto è un principio consolidato. Sebbene gli Stati membri abbiano identità e tradizioni nazionali diverse, il significato essenziale dello Stato di diritto è lo stesso in tutta l’UE e può essere definito in base a sei principi: legalità, che implica un processo legislativo trasparente, responsabile, democratico e pluralistico; certezza del diritto; divieto di esercizio arbitrario del potere esecutivo; tutela giurisdizionale effettiva da parte di organi giurisdizionali indipendenti e imparziali, con un controllo giurisdizionale effettivo, anche per quanto riguarda il rispetto dei diritti fondamentali; separazione dei poteri e uguaglianza davanti alla legge. Questi principi sono stati riconosciuti dalla Corte di giustizia dell’Unione europea e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Inoltre, il Consiglio d’Europa ha elaborato norme e formulato pareri e raccomandazioni che forniscono orientamenti consolidati per promuovere e sostenere lo Stato di diritto. 

Perché lo Stato di diritto è importante nell’UE?

Sancito dall’articolo 2 del trattato sull’Unione europea, lo Stato di diritto è la pietra angolare dell’Unione europea. Garantisce l’applicazione uniforme del diritto dell’UE in tutti gli Stati membri, creando un contesto prevedibile per i cittadini e le imprese. Senza lo Stato di diritto non potrebbe esistere un mercato unico e le persone non potrebbero circolare da un paese europeo all’altro sapendo che ovunque si applicano le stesse norme. Lo Stato di diritto garantisce il rispetto dei diritti fondamentali e della democrazia. Significa anche che, in caso di violazione dei loro diritti, i cittadini e le imprese hanno accesso alla giustizia dinanzi a un tribunale indipendente e imparziale. È inoltre essenziale per l’attuazione delle norme e delle politiche dell’UE ed è centrale per un’Unione dell’uguaglianza, delle opportunità e dell’equità sociale.  

Per tutti questi motivi, lo Stato di diritto è uno dei valori fondamentali su cui poggia l’UE. Si tratta anche di un criterio essenziale per i paesi candidati che desiderano aderire all’UE. 

https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/IDAN/2026/782587/EPRS_IDA(2026)782587_IT.pdf

https://www.treccani.it/enciclopedia/stato-di-diritto_(Dizionario-di-Storia)

https://audiovisual.ec.europa.eu/en/media/video/I-262720?language=EN

https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/policies/justice-and-fundamental-rights/upholding-rule-law/rule-law/what-rule-law_it

E l’Europa? Dopo gli sconvolgimenti epocali di questi ultimi anni, possiamo dire che sia l’ultimo bastione di quel che rimane dell’Occidente?

[…] L’alleanza occidentale è sottoposta a gravi tensioni e il mondo occidentale è destinato a perdere la sua leadership. È ora imperativo che l’Europa si interroghi seriamente su cosa fare per navigare in queste acque così sfidanti.

I segnali che provengono da Washington sono chiari. Il livello di fiducia americana nell’Europa è ai minimi storici. Nelle élite repubblicane è diffusa la convinzione che l’Europa costituisca un peso piuttosto che una risorsa per gli Stati Uniti. L’attenzione è ovviamente rivolta all’economia e alla sicurezza. Un eccessivo squilibrio commerciale e una spesa per la difesa insufficiente creano l’immagine di un’Europa parassitaria. […] L’intero ordine mondiale occidentale sta scricchiolando.

Il “mondo che abbiamo creato”, noi occidentali, sta rapidamente giungendo al termine. Dopo secoli di dominio occidentale e di trasformazione del mondo, tutti i principali parametri ci dicono che presto non saremo più gli unici leader mondiali. I paesi BRICS sono destinati ad avere un’economia più grande del G7. In termini tecnologici, la RPC è all’avanguardia dell’innovazione in molti settori. Nell’esplorazione spaziale e nelle capacità militari, la concorrenza tra Stati Uniti e Cina si sta intensificando. All’ONU, il Sud del mondo, o la maggioranza mondiale come la chiamano i russi, sta guadagnando terreno ed è sempre più indipendente dalle direttive provenienti dal Nord.

L’Europa deve pensare strategicamente a come sopravvivere in un mondo così turbolento. Lo scenario peggiore è quello in cui l’alleanza tra Stati Uniti e Unione Europea si dissolva (con gli Stati Uniti che attaccano la Groenlandia?) e il mondo occidentale nel suo complesso venga privato di prerogative, venendo emarginato a un ruolo secondario. In questo caso peggiore, l’Europa si troverebbe sola in un mondo fatto di potenze superiori in termini politici, economici e militari. Questo non solo sarebbe scioccante per il semplice motivo che non ci siamo abituati, ma sarebbe anche estremamente impegnativo perché molto probabilmente comporterebbe la perdita di una quota significativa della nostra ricchezza e dei nostri privilegi.

Sul piano interno, l’Europa deve accrescere la propria ambizione e investire nella propria forza. Attraverso una strategia attentamente studiata, l’Europa deve ridurre le sue politiche irrilevanti e concentrarsi interamente su quelle più essenziali: Difesa, Tecnologia, Economia e Demografia. Re-Arm Europe va nella giusta direzione, perché se non siamo in grado di proteggerci, non possiamo avere alcun ruolo nella politica globale. È necessario investire di più nella tecnologia per evitare che l’Europa finisca per diventare una colonia digitale conquistata dalle grandi aziende tecnologiche cinesi e americane. L’economia deve essere rilanciata e la finanza mantenuta all’interno dell’area euro, come evidenziato dai recenti rapporti Letta e Draghi. Infine, l’Europa deve affrontare il suo declino demografico. È necessario elaborare politiche più favorevoli alla famiglia, più immigrazione e un maggiore coinvolgimento con le diaspore europee sparse in tutto il mondo.

La fine dell’occidente e le scelte europee, di Raffaele Marchetti, tratto dal sito de “Il Sole 24 ore”, giovedì 15 aprile 2025

Come sempre, altri siti per ulteriori approfondimenti…

https://www.marcelloveneziani.com/articoli/occidente-decadenza-o-novazione

https://www.senato.it/leg14/3379?testo_generico=1155

 Anche l’Unione Europea  si trova davanti a sfide esistenziali, che investono mettono in discussione la sua stessa stabilità, forse la sua stessa esistenza. Il Servizio Ricerca del Parlamento Europeo (EPRS) ha individuato 10 questioni strategiche, prioritarie per l’Unione Europea:

  • Bilancio a lungo termine (QFP): I negoziati sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale sono al centro dell’agenda, con l’obiettivo di finanziare le nuove priorità dell’UE e gestire gli ammortizzatori post-crisi NextGenerationEU.
  • Integrazione dell’Ucraina: Monitoraggio dei progressi e delle riforme necessarie per il percorso di adesione di Kiev all’UE.
  • Difesa comune: Sforzi per colmare le carenze storiche e rafforzare le capacità di difesa e la cooperazione militare a livello continentale.
  • Relazioni UE-Cina: Gestione del difficile equilibrio geoeconomico tra dipendenza commerciale, concorrenza e sicurezza economica.
  • Intelligenza Artificiale (AI): L’impatto dell’AI sul web e la governance digitale per bilanciare innovazione e tutela degli utenti.
  • Ecosistema delle Start-up: Iniziative per sbloccare il potenziale delle nuove imprese e migliorare l’economia dell’innovazione europea.
  • Migrazione irregolare: Inasprimento delle posizioni, gestione dei confini e accordi con i paesi terzi per contrastare i flussi illegali.
  • Politica climatica: L’attuazione degli ambiziosi obiettivi ambientali europei e le sfide di governance socio-economica legate alla transizione.
  • Economia degli oceani: Nuove strategie per la sostenibilità, la tutela delle risorse marine e la blue economy.
  • Lezioni post-COVID: La messa a frutto delle riforme strutturali introdotte tramite il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza.

Sempre su questi argomenti, alcuni siti per ulteriori approfondimenti:

https://www.raiplay.it/video/2026/04/NewsRoom—I-padroni-del-mondo—Puntata-del-20042026-3e844baf-56f1-4033-9725-879c7956ae48.html

https://www.raiplay.it/video/2026/04/Carlo-Bastasin-Le-alleanze-globali-sono-state-riscritte—In-Mezzora—12042026-8906936a-22c3-4a37-ac0b-454ae9d81640.html

https://italy.representation.ec.europa.eu/notizie-ed-eventi/notizie/la-commissione-presenta-il-programma-di-lavoro-il-2026-2025-10-21_it

Per altri approfondimenti sul ruolo e sulle sfide che investono anche l’Unione Europea rimandiamo ai seguenti siti

https://www.bassanini.it/wp-content/uploads/2026/06/IntroduzioneEuropa-DEF-clean.pdf

https://www.europarl.europa.eu/about-parliament/it/democracy-and-human-rights/human-rights-outside-the-eu

https://www.europarl.europa.eu/about-parliament/it/democracy-and-human-rights/fundamental-rights-in-the-eu

https://www.europarl.europa.eu/about-parliament/it/in-the-past/the-parliament-and-the-treaties?&at_campaign=2024-AboutParliament&at_medium=Google_Ads&at_platform=Search&at_creation=RSA&at_goal=TR_G&at_advertiser=Webcomm&at_topic=Treaties&at_location=IT&gad_source=1&gad_campaignid=23095469945&gbraid=0AAAABBTrHUnRsTJZYChY3eyDNJPtr_T0Q&gclid=Cj0KCQjwrZTRBhDSARIsAHidYffTNazNfH_TZlSAb7UerqcpBi4booOdwB6LoQ6spC5fomIfDShIrAsaAnAdEALw_wcB

Attualmente l’Unione Europea si trova al centro di un acceso dibattito per superare il diritto di veto e passare dal voto all’unanimità alla maggioranza qualificata in settori chiave come la politica estera, la difesa e la fiscalità. L’obiettivo è velocizzare il processo decisionale ed evitare paralisi.

Il sistema decisionale europeo prevede due regole distinte:

1. Maggioranza Qualificata (Voto a maggioranza)

È il metodo più utilizzato per la legislazione ordinaria. Per essere approvata, una proposta deve ottenere:

  • Il 55% degli Stati membri (almeno 15 su 27).
  • Stati membri che rappresentino almeno il 65% della popolazione totale dell’UE. [1]

2. Unanimità (Diritto di veto)

Richiede che tutti i Paesi siano d’accordo; l’astensione è permessa, ma il voto contrario di un solo Stato blocca l’adozione dell’atto. [1]

  • Dove si applica ancora: È obbligatoria per le decisioni più sensibili, tra cui la politica estera, la sicurezza, l’ammissione di nuovi membri, il bilancio a lungo termine e le riforme dei Trattati
  • Il problema: Spesso singoli governi usano il potere di veto per bloccare decisioni cruciali o negoziare concessioni su altri tavoli politici.

Le prospettive di riforma

  • La spinta al cambiamento: Istituzioni e leader di diversi Paesi membri (come Francia e Germania) premono per estendere il voto a maggioranza qualificata. Ciò eviterebbe che l’UE venga ostacolata da singoli Stati.
  • Le resistenze: Paesi più piccoli e alcuni governi sono contrari a riforme che eliminerebbero il loro potere di bloccare decisioni contrarie agli interessi nazionali.
  • Il percorso giuridico: Un passaggio definitivo dal voto all’unanimità alla maggioranza qualificata richiede una modifica formale dei Trattati europei. In alternativa, l’UE potrebbe ricorrere in modo più flessibile alle “clausole passerella” (disposizioni già presenti nei Trattati che consentono il passaggio all’unanimità alla maggioranza qualificata previo accordo unanime del Consiglio europeo).

Per approfondire l’evoluzione del processo decisionale e seguire gli sviluppi delle riforme, puoi consultare la pagina ufficiale della procedura legislativa ordinaria del Consiglio dell’Unione Europea.

La trappola dell’unanimità: che cos’è il veto Ue e perché è così difficile riformarlo?

L’opposizione dell’Ungheria al pacchetto da 90 miliardi di euro per l’Ucraina è l’ultima di 48 decisioni del Consiglio europeo bloccate dal veto. I leader dell’Ue sono sempre più preoccupati per la trappola dell’unanimità.

Il diritto di veto consente agli Stati membri di bloccare le decisioni del Consiglio nei settori in cui i trattati richiedono l’unanimità e non il voto a maggioranza.

L’attivazione di questo potere può far precipitare l’intera Ue in una situazione di stallo politico: basta l’opposizione di un solo Stato membro per impedire l’adozione delle misure proposte.

In teoria, i governi nazionali ricorrono a questo strumento solo quando ritengono che una decisione del Consiglio danneggi i loro interessi nazionali. Sempre più spesso però il veto viene usato come arma di pressione per strappare concessioni all’Ue, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

Secondo Michal Ovádek, docente di Istituzioni, politica e politiche europee allo University College London, gli Stati membri hanno fatto ricorso al veto 48 volte su dossier di politica estera, decisioni di bilancio e passi avanti nell’allargamento.

Con 21 veti, l’Ungheria è di gran lunga il Paese più ostruzionista. La Polonia ha bloccato 7 decisioni del Consiglio, seguita da Grecia, Paesi Bassi e Austria con 2 veti ciascuna. Altri Stati membri, come Cipro, Romania e Bulgaria, hanno fatto valere l’unanimità almeno una volta.

Perché esiste il potere di veto?

Circa l’80 per cento della legislazione dell’Ue viene adottata con la maggioranza qualificata, ma l’unanimità resta centrale nel Consiglio europeo.

Ciò significa che tutte e 27 le capitali devono essere d’accordo perché un atto sia adottato e attuato. Se uno Stato membro esercita il veto e vota contro, la decisione non può entrare in vigore e l’intero processo si blocca.

«L’Unione europea è un meccanismo complesso. Le decisioni si prendono in modo diverso a seconda dei settori, e gli Stati membri hanno forti incentivi a esercitare il proprio potere. È un problema serio, perché può davvero paralizzare il processo decisionale proprio quando servirebbe unità», ha spiegato Patrick Müller, professore di Studi europei al Centre for European Integration Research dell’Università di Vienna e alla Vienna School of International Studies.

L’unanimità esiste perché l’Ue è un’unione di Stati sovrani, non una federazione. Questo significa che gli interessi nazionali prevalgono sugli obiettivi europei. Consentendo il voto all’unanimità, l’Ue ha voluto evitare di imporre ai Paesi decisioni politiche in contrasto con la loro identità costituzionale.

Nel 2009 il Trattato di Lisbona ha ampliato il ricorso alla maggioranza qualificata. Oggi però l’unanimità resta la regola in settori chiave: politica estera e di sicurezza comune, difesa, allargamento, modifiche dei trattati e alcune voci del bilancio dell’Ue.

I sostenitori del sistema sostengono che la decisione congiunta di tutti garantisce una forte legittimità democratica. Tutela inoltre un approccio equo, basato sul consenso, e l’equilibrio di potere tra Stati grandi e piccoli.

Oltre a rallentare le procedure, l’unanimità può impedire all’Ue di reagire con rapidità. I critici sostengono che l’assenza di consenso porta a risposte frammentate alle grandi crisi. Il prezzo geopolitico è elevato: si indebolisce la credibilità dell’Ue e si lascia spazio ad altre potenze.

A Bruxelles il dibattito sull’unanimità si è riacceso dal 2022. I veti ripetuti dell’Ungheria sui pacchetti di sanzioni e sugli aiuti finanziari all’Ucraina hanno alimentato i timori di crescenti impasse politiche e di paralisi nella risposta europea.

Per aumentare l’efficacia e snellire il processo decisionale, nel 2022 il presidente francese Emmanuel Macron ha proposto di estendere la maggioranza qualificata ad altri ambiti di politica.

Ma la proposta è tutt’altro che semplice. Implicherebbe riformare i trattati e comporterebbe una significativa perdita di controllo su questioni importanti, in contrasto con gli interessi degli stessi Stati membri.

Nessuno può ricattare l’Ue

Dopo il veto ungherese al prestito all’Ucraina durante il vertice del Consiglio europeo di marzo, il presidente del Consiglio europeo António Costa ha dichiarato che «nessuno può ricattare le Istituzioni europee».

Pur essendo abituata ai vincoli imposti dal voto all’unanimità, l’Europa si confronta ora con l’uso strategico del veto da parte di alcuni Stati membri.

Sempre più spesso l’unanimità viene usata come leva. I governi collegano una decisione in un determinato ambito, ad esempio sanzioni o passi avanti nell’allargamento, alla richiesta di concessioni su tutt’altro fronte. Nella maggior parte dei casi i Paesi cercano così di piegare Bruxelles su fondi europei congelati e controversie sullo stato di diritto, pur sostenendo di difendere i propri interessi nazionali.

(…) Lo scenario più plausibile

Non c’è dubbio che l’Ue debba riformare il potere di veto. Da questo dipendono la credibilità, la capacità di resistenza e il ruolo dell’Unione in un contesto geopolitico sempre più complesso.

Secondo Nguyen, le tensioni internazionali di oggi richiedono all’Europa di rafforzare la propria unità. Nonostante la necessità di una posizione comune, soprattutto in politica estera e di sicurezza, «abbiamo assistito a una frattura molto netta tra l’Ungheria e il resto dell’Unione europea», ha sottolineato.

La trappola del veto potrebbe continuare a perseguire l’Europa ancora a lungo.

«Il grande problema dell’Ue con l’unanimità è che ci si può liberare dell’unanimità solo con l’unanimità. Tutti devono essere d’accordo per eliminarla», ha osservato Nguyen.

La maggior parte degli Stati membri sembra disposta a trovare un accordo e a rinunciare a questo diritto. Eppure l’ultimo veto della Polonia, il 12 marzo, su un prestito dell’Ue da 44 miliardi di euro per l’ammodernamento della difesa dimostra che le divergenze e la difesa della sovranità nazionale restano forti.

Nel breve periodo, una risposta potrebbe essere un migliore equilibrio tra le preoccupazioni nazionali e le priorità comuni europee. Gli Stati membri potrebbero usare buon senso nel ricorso all’unanimità e servirsi del veto solo quando è strettamente necessario per tutelare interessi nazionali fondamentali.

«Tutto dipende dalla disponibilità degli Stati membri a dire: esercitiamo molta moderazione nell’uso del veto e non lo impieghiamo in modo strategico. Lo utilizziamo solo nel modo più limitato per proteggere interessi direttamente coinvolti», ha spiegato Müller a Euronews.

tratto da un articolo di Leticia Batista Cabanas & Elisabeth Heinz, pubblicato sul sito di Euronews il 31/03/2026

Le decisioni UE in politica estera devono essere prese all’unanimità?

La richiesta di riforme costituzionali nell’Unione Europea si accentua per garantire un processo decisionale più dinamico, prevenendo stasi politiche, particolarmente in prospettiva di un potenziale allargamento a nuovi membri.

In ambito UE, le decisioni di politica estera ‘alta’ – cioè quelle che riguardano le scelte diplomatiche più delicate pertinenti alla sicurezza e alla difesa – sono adottate, di norma, all’unanimità dal Consiglio. Ma, nel momento in cui un allargamento dell’Unione a nuovi paesi membri dai Balcani e dall’Europa orientale sembra ormai probabile, le istituzioni si stanno preparando a fare in modo che l’architettura costituzionale dell’UE regga all’impatto.

Riforme per così dire ‘costituzionali’ (come ad esempio la rinuncia alla regola dell’unanimità, almeno in alcuni campi), oltre a rendere il processo decisionale più agile, potrebbero anche evitare situazioni di paralisi politica. Mentre per le procedure afferenti ai valori fondamentali l’unanimità non si dovrebbe toccare, molti vorrebbero abolirla o almeno limitarla per le questioni riguardanti la fiscalità (dove però le resistenze maggiori vengono proprio da alcuni degli attuali paesi membri) e la politica estera, dove è invece un retaggio di quando questa sfera – aggiunta al trattato di Maastricht insieme ad altre non meno delicate (la migratoria e la monetaria) – non prevedeva nè la formazione di maggioranze e minoranze né un controllo giurisdizionale. Ora tuttavia la procedura decisionale ordinaria dell’UE prevede che un atto sia adottato quando c’è l’accordo di Parlamento e di Consiglio – dove il primo decide a maggioranza semplice e il secondo a maggioranza qualificata (55% dei membri del Consiglio, con un minimo di quindici, rappresentanti almeno il 65% della popolazione dell’Unione).

Quanto allora può (o deve) divergere la politica estera, e perché? Se da un lato, infatti, fra i governi europei rimane tuttora una forte preferenza per le decisioni consensuali, anche per conferire più legittimità all’azione comune, dall’altro le crisi internazionali più recenti (dall’Ucraina a Gaza) hanno evidenziato i costi politici e strategici del blocco delle decisioni da parte di uno o due paesi membri.

Nella precedente legislatura comunitaria, il Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker aveva chiesto ai governi degli allora 28 partner di considerare quali decisioni di politica estera potessero essere adottate a maggioranza qualificata. In questa legislatura le richieste si sono moltiplicate, e l’invasione russa dell’Ucraina ha poi agito da ulteriore catalizzatore (probabilmente in chiave opposta a quello che Putin contava di ottenere). Nel suo primo discorso sullo stato dell’Unione, nel settembre 2020, l’attuale Presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva infatti proposto di introdurre il voto a maggioranza qualificata nelle decisioni relative ai diritti umani e alle sanzioni. A questo avevano poi fatto eco i leader di Germania e (più cautamente) Francia, e il Parlamento europeo. Più di recente, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, gli appelli sono quasi divenuti un mantra. Ma, realisticamente, come si potrebbe fare?

Nell’Unione a 27, non decidere all’unanimità può voler dire molte cose, e i trattati attuali prevedono già ora “geometrie variabili”, cioè formati in cui alcuni stati membri (ad esempio il Benelux) possono perseguire modalità di integrazione maggiore, e diverse formule di maggioranza qualificata. Inoltre, i trattati offrono anche alcune opzioni fra cui scegliere attraverso procedure semplificate, che avrebbero costi politici molto minori tanto per l’Unione che per gli stati membri: non ci sarebbe bisogno, in altre parole, di una revisione ‘ordinaria’, con le conseguenti ratifiche (sempre più ardue) da parte di tutti gli stati membri.

Le cooperazioni rafforzate

Le cosiddette “cooperazioni rafforzate” (articoli 20 TUE e 326-334 TFUE), concepite e presentate a suo tempo come uno strumento per facilitare la differenziazione interna senza intaccare l’integrità della cornice istituzionale comune, sono state finora applicate pochissimo e soltanto in ambiti molto marginali della politica comunitaria, e non sembrano comunque lo strumento più opportuno per la diplomazia e l’azione esterna dell’Unione. La stessa “cooperazione rafforzata permanente” in materia di difesa (art.46 TUE), disegnata per dare vita ad un “gruppo pioniere” all’interno dell’UE, è stata messa in atto poco dopo Brexit come un accordo-quadro per progetti specifici a partecipazione volontaria, senza obblighi o soglie di adesione, tant’è che ne fanno parte 26 partner su 27 (con Malta ancora incerta se aderire). Per parte sua, l’articolo 44 – che consente di autorizzare alcuni paesi membri ad intraprendere missioni specifiche – non è mai stato utilizzato finora, ma potrebbe forse essere attivato per permettere ai paesi UE che sono anche membri della NATO (23 su 27) di cooperare più strettamente con l’Alleanza.

L’astensione ‘costruttiva’

In politica estera gli stati membri possono decidere di essere “quasi tutti” d’accordo. L’articolo 31 (1) TUE prevede che un numero limitato di paesi membri (fino ad un terzo, con un terzo della popolazione totale dell’UE) possa astenersi su una decisione – e sulla sua eventuale esecuzione – senza per questo bloccarla, permettendo così agli altri di adottarla (la cosiddetta “astensione costruttiva”). Fino ad oggi questa procedura è stata usata solo in due occasioni: per il lancio di una missione civile in Kosovo, nel 2008 (ad astenersi fu Cipro), e nel giugno 2022, per il sostegno finanziario ai paesi UE fornitori di armamenti “letali” all’Ucraina (senza le neutrali Austria, Irlanda e Malta).

La ‘passerella’

Resta poi la cosiddetta “passerella” inserita all’articolo 31 (3), che autorizza il Consiglio Europeo ad adottare (sia pure sempre all’unanimità) una procedura decisionale diversa dall’unanimità: e qui, ovviamente, si potrebbe rinviare all’articolo 16 TUE, che definisce la QMV come almeno 15 Stati, rappresentati il 55% dei membri del Consiglio, con un minimo di quindici, rappresentanti Stati membri che totalizzino almeno il 65% della popolazione dell’Unione; ovvero all’articolo 238(3)(b) TFUE, che definisce la maggioranza cosiddetta “super-qualificata” (almeno il 72 % dei membri del Consiglio rappresentanti Stati membri che totalizzino almeno il 65 % della popolazione dell’Unione) in relazione alla procedura sanzionatoria contro uno stato membro per violazione dei valori fondamentali dell’Unione; o ancora (ma appare più difficile) negoziare una nuova modalità di calcolo. La pressione politica creata dai prossimi allargamenti può in effetti rendere il ricorso alla “passerella” l’opzione piu’ realistica, tanto da incorporarla perfino nei futuri trattati di adesione dei nuovi membri.

Anche un eventuale cambiamento in una di queste direzioni, tuttavia, potrebbe avere in pratica effetti limitati. Perfino nelle materie in cui si decide a maggioranza qualificata, infatti, gli stati membri cercano spesso il consenso – o votano a favore anche se riluttanti – in parte per non far trasparire (all’esterno) il fatto di essersi divisi, ovvero (all’interno) di essere stati messi in minoranza. Le decisioni che hanno implicazioni nel settore militare o della difesa, inoltre, non possono comunque essere adottate a maggioranza qualificata tramite la passerella (come specificato dall’articolo 31(4): per poterlo fare sarebbe necessario cambiare i trattati con la procedura ordinaria. In ogni caso, l’unanimità è la regola anche all’interno della NATO.

Articolo tratto dal sito ISPI (16 aprile 2024)

Sull’argomento rimandiamo ai segg. Link, per la consultazione di alcuni siti su cui si approfondisce il tema “decisioni all’unanimità / maggioranza qualificata”

https://www.europarl.europa.eu/topics/it/article/20230713STO02832/riforme-per-un-parlamento-europeo-moderno-ed-efficiente

https://it.euronews.com/my-europe/2026/03/31/la-trappola-dellunanimita-che-cose-il-veto-ue-e-perche-e-cosi-difficile-riformarlo

Tanti sono stati i temi che non si sono potuti approfondire durante la relazione del prof. Spitaleri, o che sono stati appena accennati durante il dibattito: il diritto internazionale, la Corte Penale Internazionale, le narrazioni e contronarrazioni degli autocrati, il negazionismo scientifico, l’uso della storia a fini politici, le ipotesi di riforma dell’Unione Europea, e altri ancora.

Riservandoci di ritornare in futuro sugli argomenti più importanti, proviamo qui di seguito – tramite spunti tratti da libri e da pubblicazioni varie – a dare a chi lo desidera ulteriori spunti di riflessione.

LA GIUSTIZIA INTERNAZIONALE SOTTO ATTACCO

[…]  Questo secolo è stato tutt’altro che immune da guerre, conflitti, distruzioni. La globalizzazione, iniziata nella sua fase moderna a partire dal secondo dopoguerra, ha conosciuto in questi ultimi decenni un’accelerazione che ha cambiato il mondo in profondità e ha riscritto gli equilibri del pianeta. Fino ad oggi, tuttavia, la globalizzazione non sembra aver messo in discussione i fondamenti del sistema internazionale creato alla fine della seconda guerra mondiale, anche se la richiesta di maggiore presenza e protagonismo dei paesi del Sud del mondo si è scontrata con la paura dell’occidente di perdere il proprio status, il proprio ruolo, il proprio dominio, creando tensioni crescenti. A mettere in crisi l’equilibrio internazionale del dopoguerra sono stati soprattutto due conflitti che ci accompagnano negli ultimi anni, e che hanno meritato un’attenzione continua e che hanno diviso fortemente non solo la politica ma la stessa opinione pubblica internazionale. La guerra iniziata in Ucraina con l’attacco improvviso della Russia il 24 febbraio 2022, ha costituito il primo atto di aggressione a un paese vicino da parte di una delle potenze che avevano garantito – con la creazione delle Nazioni Unite – che non si sarebbe più potuto ripetere quanto la Germania di Hitler aveva compiuto nel 1939; la distruzione di Gaza e della sua popolazione, l’oppressione in Cisgiordania, perpetrate ai danni dei palestinesi dal secolo scorso e giustificata, oggi, dalle istituzioni israeliane come risposta a un terribile atto di violenza di massa contro i cittadini israeliani vittime dell’attacco compiuto il 7 ottobre 2023 da parte di Hamas, ha rappresentato un salto di qualità nel conflitto tra Israele e Palestina, con il tentativo del governo Netanyahu di cancellare definitivamente la possibilità dei “due stati” su cui l’ONU si era impegnata fin dal 1947 e per tutti i decenni seguenti.

[…]  è necessario articolare un diritto che affronti i crimini più gravi, le condotte umane che si trasformano nell’inumano. Se l’umano è la misura l’inumano è la dismisura. L’umano è ciò che si riconduce all’essenza della persona come misura e riferimento: la capacità di ragione, la sensibilità morale, il rispetto dell’altro come fine e non come mezzo. È il nucleo di dignità, razionalità e responsabilità che le tradizioni filosofiche – dal Rinascimento all’Illuminismo – hanno posto al centro della concezione della società e che il diritto moderno ha fatto proprie. Pertanto, i crimini internazionali, e dunque in questo lessico l’inumano, sono ciò che tradisce o nega radicalmente la condizione, l’essenza dell’umano, violando i presupposti fondamentali di dignità, razionalità e solidarietà. È l’agire che oltrepassa i limiti della comprensibilità morale e che, nella commissione dei crimini internazionali, annienta l’altro nella sua stessa essenza. Nel reagire a queste violazioni gravissime occorre però rispettare la logica della misura e dell’umanità del sistema giuridico. E ciò in coerenza con quel paradigma, sorto in età liberale, che pone al centro del diritto e della giustizia penale l’imputato, e che ha come fine principale l’accertare i fatti e le responsabilità individuali nel processo. Anche la pena che potrà essere disposta è a sua volta sempre inserita nella medesima logica di misura e umanità: in caso contrario negherebbe al condannato la sua condizione di essere umano, ponendosi sullo stesso piano di inumanità cui si vuole rispondere.

Il rischio, in questo caso, sarebbe quello di inseguire la punizione anche a costo di abbandonare i principi del diritto moderno e scivolare verso un diritto penale non più focalizzato sull’accertamento dei fatti e sulla loro riconducibilità ad un crimine preciso. Un diritto penale del nemico, che giudica la persona e non i suoi atti. Un diritto che criminalizza il soggetto in quanto tale, lo considera pericoloso in sé e, quindi, sottraendolo alle garanzie fondamentali della legge e del processo penale, negandogli l’uguaglianza e l’universalità dei diritti, lo in-umanizza …

La necessità di trovare un equilibrio tra spinte contrapposte – l’indispensabile reazione a crimini drammatici e collettivi; la potente domanda di giustizia per le vittime; l’emotività strutturale che emerge in tali contesti; la simultanea non abdicabile centralità delle garanzie giuridiche – analisi del fatto e delle condotte – richiede di affinare un diritto penale dell’inumano che rispetti la persona dell’imputato e ne mantenga la condizione di soggetto del diritto.

[…] Di qui la necessità di non contrapporre alla dismisura del crimine la dismisura della pena, che rischierebbe di riportarci a un diritto premoderno, ai supplizi dell’Ancien Règime.

Nella percezione comune, le regole di umanità che dovrebbero essere proprie di ogni sistema penale liberale entrano in conflitto con la disumanità dei crimini da giudicare e punire.

[…] la giustizia penale internazionale segna quindi il limite che non può essere superato impunemente. È strumento concreto e assieme utopia necessaria, anche se fragile. Non può risolvere tutto, non può definire da sola la domanda di giustizia che al di là della pena si accompagna sempre – tanto più in un contesto di guerra – alla necessità di restaurare la pace, di ritrovare di volta in volta forme di convivenza che evitino conflitti futuri. Accanto alla punizione esistono, infatti, altre opzioni possibili, altre forme di giustizia. Pensiamo qui ai meccanismi di giustizia “riparativa”, “riconciliativa”, “restaurativa”. In quanto strumenti di verità, riconciliazione e trasformazione anch’essi – da soli o insieme alla giustizia penale – possono soddisfare la richiesta del sancire, inteso nel duplice senso di sanzionare – punire, ma anche di significare – fissare – stabilire i fatti accaduti, e di trasformare la memoria in storia, in patrimonio comune riconosciuto. In tal modo si trasmette anche un messaggio nello spazio pubblico, si da una risposta politica e si contribuisce alla ricomposizione della comunità.

[…] La giustizia internazionale va in crisi proprio nel momento in cui la Corte penale internazionale è chiamata in concreto a mostrare che tutte le vite hanno pari valore e che la giustizia è una e si applica a tutti.

[…] Ma proprio queste stesse dinamiche mostrano anche l’irrinunciabilità del diritto e dell’idea del diritto come possibilità di riguadagnare umanità dove e quando l’uso illimitato della forza e la disumanizzazione degli avversari invadono l’orizzonte di un umanesimo che, rilanciando anziché arretrare davanti alla supposta prevalenza della ragion di Stato, dalla vita umana si allarghi alla tutela piena ed effettiva del pianeta nella sua interezza. Perché, ribadiamolo ancora una volta, esiste ora e ormai da tempo un nucleo duro di diritti che non può essere sospeso nemmeno in guerra. Un irriducibile umano che si costruisce attorno al duplice dispositivo dell’inderogabile e dell’imprescrittibile.

Marcello Flores – Emanuela Fronza, CAOS – La giustizia internazionale sotto attacco, Editori Laterza, 2026, p.  8-13.

Dopo la seconda guerra mondiale, l’umanità intera e gli Stati che la rappresentano si impegnano a non compiere più crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidi. La giustizia penale internazionale nasce come strumento per favorire la risoluzione pacifica dei conflitti e garantire la ricerca, l’arresto e la condanna dei responsabili di questi crimini. Oggi queste istituzioni sono sotto attacco: i tribunali sono delegittimati, non vi è cooperazione per giudicare chi si macchia di crimini efferati. Cos’è che non funziona? Perché Russia, Israele e Stati Uniti contestano la legittimità di queste corti? Perché molti Stati non si attivano per farle rispettare fomentando il caos? Dobbiamo relegare l’idea stessa di una giustizia internazionale a utopia senza futuro?

Marcello Flores ha insegnato Storia contemporanea nelle Università di Trieste e di Siena. Tra le sue più recenti pubblicazioni per Laterza, Perché la guerra (2024), con Giovanni Gozzini.

Emanuela Fronza insegna Diritto Penale internazionale all’Università di Bologna. Ha fatto parte della Commissione ministeriale per l’elaborazione del Codice dei crimini internazionali. Tra le sue più recenti pubblicazioni, Memory and Punishment (Springer 2018).

PASSATO, PRESENTE, FUTURO

[…] Viviamo immersi in un eterno presente: incapaci di immaginare il futuro, finiamo per dimenticare il passato.

[…] l’immediatezza è diventata l’unico orizzonte sul quale sembra la pena di investire: l’unico, persino, in cui concepire l’esistenza umana. L’innovazione tecnologica e l’ossessione per i profitti immediati rendono rapidamente obsolete cose e persone; i media producono, consumano e riciclano parole, immagini ed eventi a una velocità prima impensabile. La paura della disoccupazione poi, restringe fino ad annullare l’orizzonte d’attesa delle nuove generazioni, cresciuto in un presente permanente privo di qualsiasi legame organico con il passato.

Alle crisi occupazionali ed economiche si sono sommate, negli ultimi vent’anni, la pandemia, l’emergenza climatica e l’ombra dell’intelligenza artificiale. Le generazioni più giovani sono cresciute dentro questa atmosfera, al punto che non percepiscono neppure la crisi come tale (Franco Benigno, La storia al tempo dell’oggi). Non la usano come categoria per interpretare il presente, e ancora meno il passato: semplicemente, non hanno mai conosciuto un’altra prospettiva. Ciò che è venuto meno è l’idea stessa di sviluppo, la concezione del progresso fondata sull’avanzamento economico e scientifico-tecnologico che aveva accompagnato le generazioni cresciute nella seconda metà del Novecento.

Lo studio della storia non poteva uscire indenne da questo mutamento di paradigma. Se il futuro non c’è, o è percepito come peggiore del presente, diventa difficile vedere il passato come una catena coerente di eventi orientata verso il domani.

[…] Il potere disciplinare della storia funziona proprio perché invisibile.

Chi vive nelle democrazie liberali è preparato, persino predisposto, a riconoscere simili manipolazioni quando provengono da regimi autocratici. Meno pronto, forse, a immaginare che la storia possa diventare terreno di scontri incandescenti negli Stati Uniti d’America, luogo simbolo della democrazia. Eppure, le guerre culturali dell’ultimo decennio hanno trasformato il passato in un’arma politica. La cosiddetta cancel culture – una delle manifestazioni più controverse e conflittuali di quel variegato inverso di sensibilità spesso definito cultura woke – è, per certi versi, l’espressione del desiderio delle nuove generazioni di scegliere i propri simboli. Le statue abbattute o rimosse negli ultimi anni erano state erette in contesti specifici, con intenzioni celebrative che non rispettano più i valori di oggi: è naturale che giovani uomini e donne vogliamo prendere le distanze da icone che non sentono proprie. E’ stato loro rimproverato di non aver proposto nuovi simboli: un’obiezione che coglie poco il punto. Le nuove generazioni non cercano figure eroiche in cui rispecchiarsi; vivono in un orizzonte di incertezza, non percepiscono il tempo come lineare, non intravedono un futuro definito. Non hanno bisogno di monumentalizzare la propria visione del mondo.

Allo stesso tempo, la cancel culture rappresenta il volto più punitivo e moralistico di questa stagione: un’ideologia che divide  il mondo in puri e impuri, eletti e riprovati, giudicando il passato con gli occhi del presente. In nome di valori considerati “giusti” si vorrebbe cancellare ogni traccia di ciò che appare sbagliato, con il rischio di eliminare insieme ai simboli del passato anche gli anticorpi che la storia aveva sviluppato contro le proprie degenerazioni. I sostenitori più radicali del wokismo – l’interpretazione dogmatica della sensibilità woke – vedono nel presente un campo di battaglia morale: non interrogano la storia, ma cercano di debellarne ogni residuo di male.

Il wokismo si è diffuso mentre si riaccendevano le questioni identitarie. Le crisi finanziarie dei primi anni Duemila avevano incrinato le premesse messianiche della globalizzazione; i neonazionalismi hanno trasformato ansie sociali ed economiche in slogan come America first (Donald Trump), Prima gli Italiani (Matteo Salvini), Les Français d’abord (Marine Le Pen). Negli Stati Uniti, il ritorno del nazionalismo ha incontrato una frammentazione radicale delle identità collettive: ogni gruppo ha rivendicato il primato della propria visione del mondo, contrapponendo al tribalismo della destra un identitarismo settario.

Donald Trump ha costruito la sua ultima campagna vincente cavalcando l’ostilità verso la cultura woke da parte della popolazione meno agiata, spesso estranea ai dibattiti su linguaggio inclusivo e identità di genere. Ha manipolato la storia e la realtà, presentandosi come difensore della libertà di espressione minacciata dal wokismo. Ma la natura propagandistica dell’operazione è emersa subito: una volta insediatosi, Trump ha imposto censure linguiste, minacciato le università, denunciato presunte falsificazioni della storia americana, guidato una guerra culturale capillare, distretto scolastico dopo distretto.

Giorgio Caravale, Chi Controlla Il Passato, Editori Laterza, 2026, p.  77-78,

«Chi controlla il passato controlla il futuro», scriveva George Orwell in 1984. Mai come oggi quella frase risuona attuale. In tutto il mondo la storia è tornata terreno di scontro. In Italia Giorgia Meloni e la destra di governo praticano una storia per omissioni, fatta di silenzi calcolati e memorie selettive, e spingono per un uso identitario dell’insegnamento; negli Stati Uniti Donald Trump ha trasformato il passato in un’arma politica, intervenendo su simboli, programmi scolastici e istituzioni culturali. Dalla Russia di Putin alla Cina di Xi, dai campus americani alle aule italiane, questo libro mostra come il controllo del passato sia divenuto la posta in gioco decisiva in una dinamica di potere che mira a piegare la storia al presente.

Giorgio Caravale insegna Storia moderna presso l’Università Roma Tre ed è il presidente della Società Italiana per la Storia dell’Età Moderna (SISEM). Si occupa di storia culturale e religiosa dell’età moderna e di storia dei rapporti tra cultura e potere in età contemporanea.

Alcuni spunti per l’elaborazione di quanto accaduto in questi anni ci possono venire da una riflessione di Gabriele Segre, tratta dal suo libro “La fine della storia”:

Per trent’anni in Occidente ci siamo raccontati una storia rassicurante: la storia era finita. Dopo la caduta del Muro di Berlino, il futuro sembrava una strada in discesa verso democrazia, benessere e diritti per tutti. Bastava aspettare, aggiustare qualche dettaglio, correggere qualche ingiustizia, e il mondo intero ci avrebbe seguito. Poi la realtà si è fatta sentire: attentati, crisi economiche, pandemia, nuove guerre feroci, catastrofi ambientali, ondate d’odio. La parte maggioritaria del mondo ci ha detto, molto chiaramente, che quel sogno era solo nostro, la storia non era affatto finita, avevamo solo smesso di guardarla. Davanti a questa disillusione abbiamo scelto la rimozione. Invece di elaborare il lutto per un futuro che non potrà mai avvenire, oggi ci aggrappiamo alla normalità. Alla domanda «come stiamo?» ripetiamo automaticamente «va tutto bene», ma non è così. La politica si è ridotta ad amministrazione di emergenze, gestione del presente, manutenzione di algoritmi. Al posto delle visioni insegue i sondaggi, ossessionata dai dati in tempo reale. Il linguaggio politico – incapace di elaborare il trauma della fine delle certezze – si è ridotto a puro fatto tecnico. In queste pagine originali e acute, Gabriele Segre analizza il fallimento della politica senza cedere al catastrofismo. Non si tratta di piangere il mondo che avevamo immaginato e che non si realizzerà, ma di accettare che abitiamo un luogo scomodo, nel quale volenti o nolenti dovremo restare. Se la storia è ricominciata, non possiamo più chiederci «quando torneremo alla normalità», ma «come faremo ad abitare un tempo che non promette certezze». È questo il compito della politica: recuperare la capacità di sentire, desiderare insieme, dare speranza, che è poi l’unico modo onesto di rispondere alla domanda più semplice e più spaventosa: «Come stai?».

[…] In un mondo che fatichiamo a decifrare è evidente che noi occidentali abbiamo perso i nostri punti di riferimento. Pensavamo di poterci aspettare un futuro liberale e democratico. Ci è stato sottratto. E’ stato un trauma. E’ ora di elaborare quel lutto e lasciare che la storia riparta, in un mondo scomodo, che è quello nel quale dobbiamo comunque abitare.

[…] “La convinzione di essere arrivato alla “fine della storia” era soltanto nostra. Riguardava una parte minoritaria del mondo: forse la più potente, ma certo non la più numerosa né la più determinata. Ampie porzioni del pianeta non avevano alcuna intenzione di riconoscere all’Occidente liberale il ruolo di guida morale e politica dell’umanità”.

[…] La fine delle certezze. Non si tratta di una semplice metafora: nell’ultimo decennio abbiamo davvero cercato di erigere nuove forme di “contenimento passivo” dei pericoli – dagli attacchi terroristici all’immigrazione di massa, fino alle identità percepite come minacciose per le nostre, qualunque siano. Ma il nostro smarrimento è cresciuto difronte a una amara consapevolezza: i muri a cui affidiamo la nostra sicurezza non funzionano. Anzi, possono trasformarsi essi stessi in una minaccia. L’unico modo per evitare all’”altro” di superarli è di vivere in uno stato di allerta permanente, mentre quelle barriere ci impediscono di vedere ciò che accade dall’altra parte. Un muro che dovrebbe proteggerci finisce così per renderci volutamente ciechi e , al tempo stesso, più vulnerabili. Il massacro del 7 ottobre 2023, compito da Hammas dopo avere oltrepassato le barriere di Gaza senza incontrare resistenza, è diventato forse la rappresentazione più potente di questo paradosso.

Chiudersi nel proprio castello amplifica il rumore assordante delle nostre paure, senza offrirci consolazione o permetterci di avere un orizzonte aperto.

(…) nel nostro Occidente, i milioni di morte della seconda guerra mondiale sono diventati un simbolo universale, un monito contro il ripetersi degli errori del passato.

(…) difronte all’incertezza del futuro l’Occidente ha sviluppato due forme di difesa. La prima è volgere lo sguardo al passato: rifugiarci nella nostalgia. E così oggi assistiamo a un solo fenomeno a suo modo inedito: non sono più solo le persone anziane a voltarsi indietro. Dopo decenni trascorsi a guardare esclusivamente verso il futuro, considerando vecchio tutto ciò che precedeva la loro nascita, anche le nuove generazioni mitizzano sempre più gli anni d’oro dei loro genitori: quelli in cui il lavoro era stabile, ben retribuito, ed era possibile fare solidi progetti per se stessi e per l’umanità. Né rimpiangono il benessere, ma anche il fatto che offrissero opportunità di cambiamento e creatività.

(…) la seconda forma di difesa è erigere muri non solo di fronte ai nemici, ma persino davanti all’evidenza: negare che il mondo sia difronte a un cambiamento capace di sconvolgerlo insieme con le nostre vite. Il negazionismo climatico è forse l’esempio più eclatante di questo atteggiamento. Non importa quanto evidenti siano gli effetti del riscaldamento globale, o quanto sia chiara la correlazione tra le emissioni dovuta all’attività umana e l’aumento delle temperature: per chi si ostina a non voler vedere il fenomeno, il pianeta procede come sempre. È un modo per esorcizzare le nostre paure, che una verta politica ha buon gioco nel fare propria: significa rassicurarci sul futuro e, al contempo, prometterci che il nostro stile di vita non dovrà subire cambiamenti radicali in vista di un futuro che nessuno conosce.

La fine del benessere

Abbiamo visto come l’assenza di punti di riferimento stabili incida profondamente sulla percezione soggettiva del benessere. La perdita di certezze si trasforma in un trauma che, a sua volta, si riflette su ogni aspetto della vita, fino a minare lo sviluppo personale e la salute psicofisica.

Sondaggi demoscopici e studi econometrici mostrano come la felicità dipenda più dalla percezione delle prospettive di benessere che dalla reale qualità della vita. Non importa se gli indicatori del potere d’acquisto o del PIL risultano in ripresa: nelle società che vivono l’incertezza del nostro tempo, l’assenza di una visione di lungo periodo mina la fiducia dei cittadini e si riflette in una pianificazione economica efficace, foriera di nuove crisi. La sensazione diffusa di non disporre né delle risorse né delle idee per uscirne si traduce in una stagnazione reale, che blocca investimenti e capacità di iniziativa. Un freno che pesa soprattutto sulle categorie più vulnerabili.

Gabriele Segre, “La fine della storia”, Bollati Boringhieri, Milano 2026, p. 33-36, 39-42

Lo scontro avvenuto alcune settimane tra Donald Trump e Papa Leone ci ha veramente sconcertati. Ma molti analisti, al di là della gravità dello scontro, si chiedono se non si tratti di un luogo comune nella comunicazione di Trump, quando prende di mira le persone che lo disturbano perché non accondiscendenti, o perché osano opporsi alla sua linea politica. Seguendo questo registro, il papa entra nel novero di tutti i soggetti non grati all’amministrazione americana, ove la sgarbatezza dei toni e la mancanza di ogni rispetto precede il profondo dissenso sui contenuti….

 LO SCISMA D’OCCIDENTE

[…] i ripetuti appelli alla pace di Leone e dei vescovi di sua fiducia, soprattutto l’accento sul diritto-dovere dei militari statunitensi cattolici di disobbedire a ordini “inumani”, imbestialiscono Trump e la sua cerchia. Fino all’incredibile ma vera convocazione di fine gennaio al Pentagono dell’allora messo papale a Washington, cardinale Pierre Christophe, per comunicargli che di Stati Uniti hanno la potenza per far quel che vogliono, quindi meglio per il Vaticano allinearsi. Altrimenti il Papa avrebbe potuto sperimentare una nuova “cattività avignonese”. Allora (1309-77) sotto il re di Francia, domani sotto il padrone della Casa Bianca.

[…] La contrapposizione fra Presidente e Papa è frontale. Trump adora esibirsi ricco e forte (salvo svelarsi debole) ed è alla disperata ricerca di qualche scalpo da esibire.

Leone risponde condannando l’idolatria della forza, di sé stessi, del denaro. Della guerra. Tanto il taycoon accentra su di sé il potere quanto Prevost conta sulle istituzioni democratiche americane ed esorta i suoi concittadini a adire il Congresso per fermare il guerrafondaio. Tanto Trump disprezza la NATO quanto il Pontefice si conferma atlantico, difensore di “un alleanza molto importante oggi ed in futuro”. E mentre alla Casa Bianca si apprezzano gli autocrati, dalla cattedra di Pietro si imputa il Male alla “manciata di tiranni” che vessano l’uomo in sé buono: progressismo americano doc.

[…] Prevost guarda al dopodomani. Oltre Trump, con cui non vuol perdersi in ulteriori duelli. Così interpretiamo il “non mi fai paura” eco del santo coraggio esibito dal primo Leone difronte ad Attila in marcia su Roma. Il centro del predicare leoniano è l’uomo, da Dio voluto a propria immagine e somiglianza. Che ne sarà di noi nell’era dell’intelligenza artificiale?

[…] ma ascoltiamo il Papa. “il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria ed irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro. (…) non siamo specie fatta di algoritmi biochimici definiti in anticipo. Ciascuno di noi ha una vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri. (…) la tecnologia digitale (…) rischia invece di modificare alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana, che a volte diamo per scontati. Simulando volti e voci umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia ed amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra le persone umane. La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica”(*). Teniamo a queste parole che facciamo laicamente nostre. Prolegomeni a ogni geopolitica che voglia dirsi umana. Relazionale. I media asociali soffocano il diavolo. Minano la comprensione reciproca, l’interesse per l’altro. La manipolazione algoritmica è furto della mente umana.

[…] quando il Papa offre a tutti il Vaticano come sede per negoziar la pace, sa che perdere il dono della comunicazione rende la pace impossibile. Il cortocircuito fra tecnologia autonoma e deriva bellica evoca lo scenario estremo e irredimibile della guerra finale sfuggita al controllo dell’uomo. Ragion pratica ne dovrebbe trarre l’impossibilità di farci guerra. Ma che ne pensano le macchine?

Tratto dalla rivista LIMES, Lo scisma d’Occidente, 4/2026, Gedi Gr. Editoriale Spa, MI, p. 23-25

(*) Cfr il discorso di Papa Leone XIV del 16 aprile a Bamenda, in Camerun (A “handful of tyrants are ravaging earth with war and exploitations…”)

Tra l’Europa e gli Stati Uniti c’è un’insostenibile divergenza

Il fossato tra Stati Uniti ed Europa si va ampliando sempre più. Sono ormai innumerevoli i temi sui quali i due mondi viaggiano divisi. Sull’intelligenza artificiale gli Stati Uniti hanno decisamente preso la strada della piena liberalizzazione e deregolamentazione. Mentre qualche giorno fa, a Parigi, sulla linea del regolamento Ai già approvato nel 2024, è stata lanciata la strategia europea per una intelligenza artificiale “umanistica”.
In campo ambientale, gli Stati Uniti hanno deciso di uscire dagli accordi di Parigi, abbracciando le tesi dei negazionisti. L’Europa, al contrario, dopo il New green deal, continua a credere che la sostenibilità debba rimanere centrale, pur con qualche correzione rispetto alle posizioni degli ultimi anni (vedi la decisione di ammettere le macchine ibride anche dopo il 2035).
Sull’Ucraina Trump ha avviato una trattativa diretta con Putin, saltando completamente le consultazioni con gli alleati europei. La Ue è rimasta spiazzata, ritrovandosi isolata sul piano internazionale. Così come sono state diverse le posizioni nei confronti di Israele e della Palestina. Già nei mesi scorsi le differenze di valutazione tra Usa e Ue erano state evidenti. Ma ora la distanza è ulteriormente cresciuta, dopo l’ipotesi lanciata da Trump che Gaza possa passare sotto il controllo americano.
Divergenze emergono anche sul ruolo della religione nella sfera pubblica. Mentre l’Europa si persegue la strada laicità alla francese, con una sorta di allergia a ogni riferimento religioso, Trump ha creato alla Casa Bianca l’Ufficio della fede. Nei suoi discorsi il riferimento religioso ritorna insistentemente, mentre gli orientamenti in favore delle politiche pro life costituiscono un punto importante del suo programma.
E tutto questo nella cornice degli annunciati dazi che la nuova amministrazione americana si accinge a imporre ai partner europei, con pesanti conseguenze economiche e sociali e con lo strascico delle inevitabili (e già annunciate) ritorsioni dell’Unione Europea.
Difficile ricordare, negli ultimi ottant’anni, un frangente storico in cui le divergenze sono state così tante e sostanziali. La domanda è, dunque, che cosa tutto ciò possa comportare. Almeno fino a oggi non sembrano esserci conseguenze sulla stabilità della Nato. Anche se la vicenda ucraina getta qualche ombra sul futuro dell’Alleanza. Nel quadro del riassetto degli equilibri politici globali, l’allontanamento tra Usa e Ue potrebbe avere però conseguenze rilevanti nel medio periodo.
Per quanto riguarda l’Europa, il punto di caduta di questi rapidissimi sconvolgimenti è molto chiaro. La nuova situazione costituisce una vera e propria emergenza per l’Ue, che si trova davanti a un bivio storico: decidere se vuole esistere come entità politica oppure disgregarsi nella pluralità dei suoi interessi nazionali.
La situazione non è facile, perché il quadro europeo è molto fragile. Macron in Francia ha perso gran parte del consenso popolare e non può avere un ruolo credibile sulla scena europea. La Germania sta attraversando una grave crisi economica e politica. Friedrich Merz, il favorito per la corsa alla cancelleria alle prossime elezioni, ha appena compiuto un passo falso provando ad allearsi con l’Afd sul tema dell’immigrazione. 

(…) Insomma, per fronteggiare il decisionismo esplosivo di Trump, servirebbero coesione e coraggio politico. Mentre invece l’Unione Europea si ritrova divisa e debole.
Serve un miracolo. Magari che il futuro cancelliere tedesco (fosse Merz o un altro) sia capace di un colpo d’ala, sbloccando l’impasse in cui si trova l’Unione e avviando un’iniziativa per rimettere insieme i cocci di un disegno che rischia di andare in pezzi.
Certo, il modello non può essere Maastricht. I tempi sono cambiati. L’Europa ha urgente bisogno di diventare un’unità politica che, nel rispetto delle tante ricchezze nazionali, la metta finalmente nella condizione di fare scelte e di avere gli strumenti di governo necessari per poter esistere nel mare tempestoso del mondo contemporaneo. Mai come in questo momento l’Europa ha bisogno che l’ottimismo della volontà sia più forte del pessimismo della ragione.

Tratto da un articolo di Mauro Magatti pubblicato su Avvenire il 15 febbraio 2025

Trump e la secessione americana dall’Occidente

Può Donald Trump distruggere l’Occidente? Anche se pretende di rivolgere la sua vis distruttiva contro nemici lontani, finora le sue scelte hanno favorito Russia e Cina, mentre l’Europa è stato il suo principale bersaglio e gli Stati Uniti stanno pagando un prezzo sempre più alto. Che vada fermato è dunque un imperativo categorico per americani e, soprattutto, europei. Per questo però è anzitutto necessario chiedersi quale Occidente Trump stia mettendo in pericolo: usiamo infatti abitualmente questa parola dandole significati molto diversi.

L’uso più frequente lo fa coincidere con l’Alleanza atlantica, la Nato, e cioè con il blocco politico, militare ed economico che si è formato all’inizio della Guerra fredda. Oggi resta la più importante organizzazione militare multinazionale ma, finita la Guerra fredda, il suo scopo è diventato incerto. Si è tentato di rilanciarla prima contro l’Islam e poi contro la Russia (contro la Cina non funziona per evidenti motivi geografici). Ma già diversi anni fa Emmanuel Macron disse che la Nato era in stato di “morte celebrale” e cioè che non aveva più un chiaro scopo politico. Su questo terreno, Trump ha solo accelerato, in modo brutale, processi già in corso.

Ma Occidente è anche molto altro. Questa parola indica anche la civiltà che ha avuto inizio nell’antica Grecia o, meglio, quella che si riassume nell’eredità di tre città-simbolo: Atene, Gerusalemme e Roma. E su questo terreno Trump può far poco. Ma è soprattutto con una terza realtà chiamata Occidente che oggi dobbiamo fare i conti. È quella che ha cominciato a prendere corpo in Europa nei secoli XV e XVI, sulla base della sua storia precedente e in particolare della tradizione cristiana, a cui gli stessi Stati Uniti devono la loro nascita e che per secoli ha influenzato il resto del mondo. È l’Occidente che prima gli europei e poi i nordamericani hanno identificato con il progetto della modernità. Oggi però la modernità ha vinto ovunque, combinandosi con culture diverse e generando “modernità multiple” (Eisenstadt) e per distinguerla dalle altre parliamo di quella occidentale soprattutto in termini di valori da custodire e difendere (mentre Trump li deride e li calpesta).

Ma questi valori non fluttuano nel vuoto: l’Occidente moderno è stato ed è ancora un sistema-mondo. È stato Immanuel Wallerstein a chiamarlo così: un sistema-mondo occidentale che non abbraccia tutto il mondo ma che crea un suo mondo. Un sistema basato sull’individuo e sulla sua interiorità (intesa anzitutto in senso religioso e morale), sull’economia capitalista, su una rete politico-istituzionale a maglie larghe – quella degli Stati nazionali – e su una proiezione verso il resto del pianeta (colonialismo). Sorretto da un umanesimo cristiano, è stato capace di straordinaria innovazione tecnologica, di sviluppo economico sconosciuto alle epoche precedenti e di una raffinata creatività politico-istituzionale (sovranità popolare, Stato di diritto, democrazia, regolamentazione dei rapporti internazionali ecc.).

Di volta in volta, il sistema-mondo occidentale è stato guidato da un Paese leader: prima l’Olanda, poi la Gran Bretagna e, da un secolo, gli Stati Uniti. La loro secessione può avere perciò effetti dirompenti, ma non necessariamente fatali. Paese leader non vuol dire Paese-sistema: la forza del sistema è la capacità di fare rete. La secessione americana dall’Occidente è molto grave, ma resta pur sempre una secessione, che non impedisce agli europei, se vogliono, di mantenere vivo il sistema-mondo occidentale (mentre, alla lunga, abbandonarlo danneggerà gli Stati Uniti). Indubbiamente, questo sistema ha perso nel tempo pezzi importanti, come il colonialismo: è stata la decolonizzazione ad aprire la strada al mondo così come è oggi, globalizzato e multipolare. L’economia capitalista del XXI secolo, inoltre, non è quella del XVI e le impressionanti concentrazioni di potere tecnologico-finanziare richiedono oggi un sistema politico-istituzionale a maglie più strette. Se l’Europa vuole restare un sistema-mondo c’è bisogna di più difesa comune e di più coordinamento per l’innovazione, come ha ripetuto Mario Draghi ricevendo il premio Carlomagno. Vanno cercati intese con altre aree del mondo, come mostra l’accordo Mercosur e come insegna quello tra Canada e Cina ecc. Insomma, gli europei possono salvare il sistema-mondo occidentale, adattandolo a un mondo che si è fatto più largo, più popolato e più complesso.

Non è fondata, infatti, la visione corrente secondo cui la forza starebbe tutta dalla parte degli Stati Uniti e l’Europa costituirebbe solo una realtà debole e divisa. È sbagliato ridurla ai suoi singoli Stati nazionali o identificarla solo con l’Unione europea. Gli uni e l’altra traggono la loro forza dal sistema-mondo di cui i primi fanno parte e di cui la seconda è un’espressione. Ma che cosa sanno i politici europei del sistema-mondo occidentale? In Occidente la politica ha divorziato dalla cultura, compresa quella storica, e fatica ad avere una visione adeguata degli sconvolgimenti in atto (anche se ci sono eccezioni: piaccia o no, Macron è una di queste). Il problema riguarda anche l’Italia che non ha ancora metabolizzato l’urgenza di un’Europa ferma e compatta davanti alle minacce trumpiane.

Tratto da un articolo di Agostino Giovagnoli, pubblicato su Avvenire del 21 gennaio 2026

Per ulteriori approfondimenti sul contesto geo-politico e istituzionale consigliamo la consultazione di alcuni siti, in sotto i link

https://italy.representation.ec.europa.eu/notizie-ed-eventi/notizie/la-commissione-presenta-il-programma-di-lavoro-il-2026-2025-10-21_it

Ovunque nel mondo la questione migratoria è uno dei nodi sociali e politici più scottanti. Dall’Europa agli Stati Uniti, dall’America Latina all’Africa, dall’Asia al Medio Oriente, questo tema attraversa le società contemporanee e ne mette alla prova capacità di governo e logiche di convivenza. Eppure, nonostante la centralità del fenomeno, continuiamo a parlarne in modo superficiale. Da una parte si alimenta l’illusione che esistano soluzioni semplici a problemi complessi. Dall’altra si preferisce rifugiarsi in affermazioni di principio che non si confrontano con le difficoltà concrete della convivenza. La verità è che il processo di integrazione rimane difficile. La costruzione di società multiculturali capaci di valorizzare le differenze senza rinunciare alla coesione sociale è un obiettivo ancora da raggiungere. Le esperienze positive di integrazione, le storie di successo, i percorsi di inclusione e partecipazione non mancano. Ma non possono nemmeno essere negate tensioni, paure, segregazioni territoriali, conflitti culturali.

Migrazioni e crisi politica: la vera sfida è restare umani

Ovunque nel mondo la questione migratoria è uno dei nodi sociali e politici più scottanti. Dall’Europa agli Stati Uniti, dall’America Latina all’Africa, dall’Asia al Medio Oriente, questo tema attraversa le società contemporanee e ne mette alla prova capacità di governo e logiche di convivenza. Eppure, nonostante la centralità del fenomeno, continuiamo a parlarne in modo superficiale. Da una parte si alimenta l’illusione che esistano soluzioni semplici a problemi complessi. Dall’altra si preferisce rifugiarsi in affermazioni di principio che non si confrontano con le difficoltà concrete della convivenza. La verità è che il processo di integrazione rimane difficile. La costruzione di società multiculturali capaci di valorizzare le differenze senza rinunciare alla coesione sociale è un obiettivo ancora da raggiungere. Le esperienze positive di integrazione, le storie di successo, i percorsi di inclusione e partecipazione non mancano. Ma non possono nemmeno essere negate tensioni, paure, segregazioni territoriali, conflitti culturali.

In politica, la questione migratoria è strumentalizzata come una potente leva di mobilitazione emotiva e costruzione del consenso. Le paure, le insicurezze e le fragilità sociali vengono concentrate sulla figura del migrante, che diventa il simbolo di tutto ciò che non funziona. Ma il prezzo è alto. Perché quando l’altro diventa il capro espiatorio delle nostre difficoltà, la società si abitua a pensare che l’esclusione sia una soluzione e che l’ostilità possa sostituire la comprensione. Le immagini di uomini, donne e bambini che attraversano deserti, affrontano il mare, vivono nei campi profughi o muoiono lungo le rotte migratorie sono diventate parte del nostro paesaggio quotidiano.

Le vediamo scorrere sugli schermi dei nostri telefoni e dei nostri televisori senza che riescano più a interpellarci davvero. L’eccesso di esposizione produce assuefazione. Ci siamo abituati alla sofferenza degli altri. Accettiamo che ai confini delle nostre democrazie esistano campi di detenzione dove la violenza e la crudeltà sono di casa. Perdiamo il conto dei morti in mare e non reagiamo più allo sfruttamento – che in taluni casi arriva fino a forme di neoschiavismo – che si riproduce nelle nostre comunità. Ci convinciamo che quelle vite non abbiano nulla a che fare con la nostra. Perdendo la capacità di riconoscere che dietro ogni numero esiste una persona, una storia, una famiglia, un destino apriamo la strada a una società disumana. La verità è che, dietro ai movimenti migratori contemporanei, si manifestano molte delle grandi contraddizioni del nostro tempo: squilibri economici, guerre, regimi autoritari, persecuzioni religiose ed etniche, dissesti ambientali. Ma è troppo doloroso e impegnativo ammettere questa connessione.

Di fronte a tutto questo, è impressionante constatare quanto sia difficile arrivare a costruire politiche lungimiranti. Prigionieri del breve periodo, i politici promettono di risolvere il problema, sapendo perfettamente di non avere soluzioni. Che richiederebbero cooperazione internazionale, investimenti nei Paesi di origine, canali regolari di ingresso, politiche di integrazione, percorsi educativi e una gestione coordinata tra diversi livelli istituzionali. Tutte azioni che richiedono tempo, pazienza e visione strategica. Caratteri che mal si conciliano con lo stile della politica contemporanea. Il risultato è quello che vediamo: si procede con provvedimenti emergenziali, misure tampone, interventi inefficaci ma ad alto impatto comunicativo. Si rincorrono le crisi anziché governarle. Si annunciano svolte decisive che producono effetti limitati. Ma, in questo modo, la sfiducia cresce. Le paure aumentano. La domanda di soluzioni semplici si rafforza. Il tradimento dei nostri valori si aggrava. In un circolo vizioso che non fa bene alla democrazia.

In realtà, la questione migratoria ci obbliga a riconoscere una questione più generale. Per decenni abbiamo creduto che la crescita economica fosse essenzialmente un problema tecnico: investimenti, produttività, innovazione, infrastrutture. Tutti elementi importanti e necessari. Ma, come dimostra proprio la cronicizzazione del tema migratorio, nessuna società può prosperare ignorando la dimensione umana. Non esiste sviluppo senza cura delle persone. Non esiste crescita senza relazioni sociali. Non esiste benessere collettivo se una parte dell’umanità viene considerata irrilevante o sacrificabile. Le migrazioni ci ricordano che il destino degli esseri umani che abitano il pianeta terra è oggi profondamente intrecciato. E ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza produce conseguenze che arrivano fino a noi.

La sfida non è trovare una soluzione definitiva a un fenomeno che ci accompagnerà ancora a lungo. La sfida consiste nel costruire società capaci di governare la complessità senza rinunciare all’umanità. E una cultura in cui capacità politica e sensibilità umana procedono insieme. Sembra un’ovvietà. Eppure, proprio la questione migratoria dimostra quanto sia difficile tradurre questa consapevolezza in scelte concrete. Forse perché, prima ancora di essere una questione di confini, le migrazioni hanno a che fare con il modo in cui guardiamo l’altro e, in definitiva, con il modo in cui comprendiamo noi stessi.

tratto da un articolo di Mauro Magatti, pubblicato su quotidiano “Avvenire” del 7 giugno 2026

Leone XIV rifuggire gli approcci identitari che creano solo nemici

Nel primo discorso durante il viaggio in Spagna il Papa incoraggia a «coltivare «l’amicizia sociale». Bene Madrid sulla fedeltà al diritto internazionale, sul multilateralismo, sulla pace. La sicurezza? «Ci illudiamo venga dalle armi e dai muri. Invece matura nell’imparare a fare strada con l’altro»

Parla all’Europa dalla “casa” della Spagna: il Palazzo reale. E indica al continente la sua «specifica vocazione», come Leone XIV la definisce: «Rifuggire quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici». E soprattutto chiede di superare la logica dello scontro: «Invito tutti, per amore di verità, ad abbandonare le narrazioni divisive e polarizzanti della realtà sociale e della sua storia, per passare dalle sterili semplificazioni all’apprezzamento fecondo della complessità». Appello che il Papa lancia appena arrivato a Madrid, prima tappa della visita di sette giorni in Spagna cominciata questa mattina. Il Paese che Leone XIV trova non è solo «un grande Paese che da quasi due millenni ha ricevuto la Parola del Vangelo» grazie «alla predicazione dell’apostolo Giacomo», ma anche una nazione attraversata dalla frammentazione politica e da dissidi istituzionali irrisolti: per le dispute ideologiche tra la sinistra del premier Pedro Sánchez e l’opposizione conservatrice, per le rivendicazioni indipendentiste in particolare della Catalogna, per le divisioni sul tema dell’immigrazione. E Leone XIV “eleva” la Spagna a simbolo del mondo attuale in cui le tensioni sono all’ordine del giorno, in cui «la tentazione di guadagnare popolarità soffiando sul fuoco delle polarizzazioni sembra crescere, invece di diminuire», in cui «la dignità umana non cessa di essere violata», denuncia nel primo incontro pubblico del programma ufficiale: quello con il re Felipe VI, le autorità civili, il corpo diplomatico e la società civile.

Alla «cultura dello scontro» il Pontefice risponde proponendo «quella dell’incontro» che «genera stabilità e prosperità». E soprattutto «il messaggio della pace» che, ammonisce, «in questi tempi, purtroppo, risuona per alcuni ingenuo, per altri provocatorio», mentre «trova accoglienza in chi non si chiude in ideologie preconfezionate ma si apre alla verità». Verità che «è sempre più grande di noi e per questo ci attrae su sentieri di purificazione e di riconciliazione, in cui il dialogo con gli altri – e con l’Altro con la maiuscola – diventa fondamentale». Poi tiene a far sapere: «Il nostro tempo, che in superficie è sconvolto da terribili squilibri e conflitti, più profondamente chiama alla pace, a una nuova conoscenza della persona umana e della sua inviolabile dignità, alla civiltà dell’amore». Il Papa attribuisce alla Spagna il merito di essersi schierata contro le guerre. «Esprimo apprezzamento al vostro Paese per la sua fedeltà al diritto internazionale e al multilateralismo, che si traduce in un attivo impegno per la pace e la solidarietà fra i popoli», afferma accanto alla famiglia reale. Posizione sostenuta con forza da Sánchez, anche in funzione anti-Trump, ma non priva di rischi. Ecco perché Leone XIV aggiunge che occorre «favorire il processo di unione europea, non in contrapposizione ad altre potenze, ma come dono per l’intera famiglia umana». Il Papa punta l’indice anche contro una visione distorta della «sicurezza» che viene evocata dalla politica. «Troppo spesso – sottolinea – ci illudiamo venga dalle armi e dai muri». Invece, «matura nell’imparare a fare strada con l’altro, a crescere insieme, fianco a fianco». E richiama il dialogo fra le fedi come via di distensione. In particolare, ricorda «la presenza dell’islam nella Penisola iberica» che ha contribuito a creare «uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei».

Il Papa viene accolto dai colpi di cannone nel palazzo di corte. Picchetto d’onore e saluto caloroso del re per il quale è un «privilegio» avere un Papa che parla spagnolo grazie agli «anni di vita missionaria in Perù», ricorda. Il viaggio arriva a meno di due settimane dalla pubblicazione della prima enciclica, Magnifica humanitas , su intelligenza artificiale e dimensione umana. «Le nuove tecnologie – dice il Papa – sono divenute un ambiente artificiale in cui i pregiudizi si esasperano, il pensiero critico si affievolisce, interessi prepotenti seminano pulsioni di morte». Così chiama in causa «chi ha responsabilità economiche, politiche e istituzionali» per domandare «un salto di qualità, un’inversione di rotta», a cominciare dagli «investimenti su scuola, università e ricerca, sulle comunità locali e sulla società civile come vivaio di partecipazione e di mediazione culturale». Perché oggi più che mai «abbiamo bisogno di cultura, di interiorità, di educazione libera e di qualità, di trascendenza».Il Papa ribadisce che la Chiesa è «pronta oggi a mettersi al servizio del futuro di un popolo che cerca riconciliazione e pace». E richiama le intuizioni di tre santi, tutti spagnoli: Giovanni della Croce per dire che «servono, anche nella vita pubblica, uomini e donne che intuiscano nel buio la luce»; Teresa d’Avila per evidenziare che «la libertà religiosa e di coscienza va tutelata»; Ignazio di Loyola che «in un esercizio di discernimento preferì alle armi la pace» e «capì che non era utopia il bene». Insegnamenti che la Spagna può prendere a prestito. «Incoraggio a coltivare anche al suo interno il dialogo e l’amicizia sociale, a tenere conto del punto di vista dei poveri e dei giovani nell’immaginare il futuro, a volgere in positiva armonia le istanze di autonomia e quelle di unità», è l’indicazione del Papa. E sprona a recuperare il patrimonio cristiano che «rappresenta una riserva di speranza e di orientamento fra le sfide che oggi insieme, come famiglia umana, dobbiamo affrontare».