Nelle prime due serate di “ESSERE CRISTIANI IN UN MONDO CHE CAMBIA” abbiamo focalizzato la nostra attenzione sui grandi cambiamenti che investono l’ambiente fisico e le nostre società, intese sia dal punto di vista politico, sociale ed istituzionale. I relatori hanno aiutato ad individuare dapprima i fenomeni rilevanti a livello mondiale, per soffermarsi poi a livello regionale.
Per la terza serata abbiamo chiesto alla dott.ssa Anna Maria Zenarolla focus particolare sulla nostra società, per capire come stanno cambiando le persone, nei loro rapporti interpersonali e sociali. Per interrogarci poi su come vivere questi cambiamenti senza perdere in umanità, senza perdere il nostro modo di vivere cristianamente ispirato.

La dott.ssa Zenarolla ci ha anche fornito una sintesi della serata, che mettiamo a disposizione qui di seguito:
Rimandando ancora ai testi selezionati da Anna Zenarolla per un ulteriore approfondimento dei principali temi toccati durante la sua relazione, vi rammentiamo alcuni argomenti “toccati” durante il dibattito che ne è seguito: difficoltà di vivere in modo complesso, di sempre più difficile comprensione; la difficoltà nel leggere il proprio futuro, cosa angosciante soprattutto per le giovani generazioni; il malessere sociale diffuso causato dai cambiamenti in atto; la difficile trasmissione di saperi e valori tra le generazioni; il problema del rapporto tra scuola, genitori e figli, e più in generale i nuovi approcci da tenere in ordine all’educazione di giovani e ragazzi; le difficoltà nella trasmissione della fede alle nuove generazioni.
Proponiamo a questo proposito ulteriori contributi, che speriamo possano essere d’aiuto nell’ampiare i nostri orizzonti, alla ricerca di nuovi approcci e nuovi strumenti che potrebbero essere utili in questo mondo in continuo cambiamento.
[…] Questo in cui viviamo non è il migliore dei mondi possibili, ma è certamente il migliore dei mondi esistiti finora.

[…] Mai prima d’ora il pianeta era stato abitato da quasi otto miliardi di esseri umani, in gran parte istruiti, informati, interconnessi, che ogni mattina si svegliano e cominciano a pensare, ogni sera si addormentano e cominciano a sognare. Mai prima d’ora il 46% di tutti i paesi del mondo era stato governato in modo democratico. Mai avevamo avuto tante fabbriche per produrre e tanti supermercati per consumare; mai avevamo prodotto tanti beni e tanti servizi impiegando così poca energia umana. Mai eravamo stati capaci di creare in dieci mesi un vaccino con cui salvare milioni di vite; mai avevamo avuto tanti analgesici per debellare il dolore fisico e tanti psicofarmaci per alleviare la sofferenza mentale. Mai avevamo avuto tante informazioni e così tempestive, tante protesi meccaniche e tanti trastulli elettronici che ci aiuto a non dimenticare, a non annoiarci, a non perderci, aumentando a dismisura la nostra realtà.
Ma non c’è progresso senza felicità e non si può essere felici in un mondo segnato dalla distribuzione iniqua della ricchezza, del lavoro, del potere, del sapere, delle opportunità e delle tutele.
[…] L’avvento postindustriale
La seconda guerra mondiale è stata come un sanguinoso rito epocale di passaggio dalla società industriale, centrata sulla produzione in grandi serie di beni materiali (automobili, frigoriferi, ecc.), dominata dai proprietari delle fabbriche manifatturiere, a una società di tipo postindustriale, centrata sulla produzione di beni immateriali (conoscenza, servizi, informazioni, simboli, valori, estetica), dominata dai proprietari dei mezzi di informazione e dei laboratori della conoscenza. I fattori che hanno fecondato la neonata società postindustriale nel seno stesso della precedente società industriale sono stati il progresso scientifico e tecnologico, la globalizzazione, la scolarizzazione di massa, i mass media. Spingendo simultaneamente, questi fenomeni hanno prodotto una delle rivoluzioni più profonde e pervasive di tutta la storia umana, nella quale noi contemporanei abbiamo e la sventura di essere coinvolti in prima persona.
Le conseguenze sono state dirompenti. In tre o quattro generazioni la popolazione mondiale è raddoppiata; così pure la longevità. Le emozioni e i sentimenti hanno riguadagnato terreno rispetto alla pura razionalità industriale. L’individualismo indotto dalla concezione neoliberista dell’economia e della società ha ridotto la propensione alla convivialità. Sono emersi dalla società valori nuovi come l’intellettualizzazione di ogni attività umana, la creatività, l’etica, l’estetica, la soggettività, l’affettività, la destrutturazione del tempo e dello spazio, il cosmopolitismo, la qualità della vita. Tutti i rami della società si sono femminilizzati e il diritto a regolamentato la crescente parità di genere. Il tempo e lo spazio si sono destrutturati, consentendo la coesistenza di stanzialità e nomadismo, fisicità e virtualità. La qualità della vita è diventata obiettivo prioritario di ogni soggetto sociale, e la parola d’ordine di ogni rivendicazione.
Ne deriva per tutti noi la necessità di metabolizzare questa vasta gamma di mutamenti in atto: cioè il passaggio dalle tecnologie meccaniche a quelle digitali; dalla cultura moderna a quella postmoderna; dalla soddisfazione di “bisogni forti”, primari, essenziali a quella dei “bisogni deboli”, secondari, voluttuari; dall’uso dell’energia e dei materiali tradizionali al nucleare, al biotecnologico, ai nuovi materiali; dall’epistemologia basata sulla semplicità e sulla linearità all’epistemologia basata sulla discontinuità e sulla complessità; dal lavoro rigidamente esecutivo al lavoro flessibilmente creativo.
Tutto questo ci capita in un mondo ormai globalizzato dove un numero sempre in aumento di esseri umani si sposta dalle periferie ai centri; dove il trasferimento di merci e persone è accelerato da mezzi di trasporto mai finora così veloci; dove la diffusione planetaria delle informazioni avviene in tempo reale, i processi di interazione culturale sono agevolati dai social network; dove tutta l’umanità avverte simultaneamente le medesime paure e nutre le medesime speranze.
Nel mondo intero la velocità prevale sulla lentezza, l’omologazione prevale sull’identità, la virtualità sulla tangibilità e l’ibridazione sulla separazione; tutte queste trasformazioni agiscono simultaneamente e sinergicamente sulla rappresentazione simbolica – cioè sulla cultura – che un numero crescente di umani va facendosi del proprio mondo e del proprio destino.
Disorientamento e crisi
Le difficoltà nel metabolizzare tutte insieme queste molteplici trasformazioni, insieme al crescente pericolo di manipolazione, sorveglianza, eterodirezione, eterocontrollo, eccessiva astrazione, violazione della privacy, massificazione, emarginazione, disoccupazione, digital divide e stress, generano l’attuale, diffuso senso di smarrimento e di crisi che, a sua volta, può degenerare in anomia, depressione, angoscia, conflittualità, aggressività e autolesionismo.
Al disorientamento generale contribuiscono diversi tipi di disorientamento settoriale: quello genetico (quando davvero si nasce e quando davvero si muore?); quello sessuale (in che misura si è maschi? In che misura si è femmine? In che misura si è qualcos’altro? E che cosa?); quello familiare (che cos’è oggi la famiglia? Chi comprende? Dove inizia e dove finisce?); quello etico (cosa è bene, e cosa è male?); quello estetico (cosa è bello e cosa è brutto?); quello religioso (esiste Dio? E quale Dio? Esiste l’aldilà? E quale aldilà?); quello politico (cosa è destra e cosa è sinistra?); quello economico (cosa è capitalismo? Cosa è socialismo? Cosa è Stato? Cosa è mercato?); quello pedagogico (esistono ancora i maestri? E gli allievi?); quello culturale (quali modelli di vita, quali gusti, idee, forme, costumi, linguaggi preferire?); quello spazio-temporale (cos’è passato? Cos’è presente’ Cos’è futuro? Cosa è vicino? Cosa è lontano? Cosa è nomade e cosa è stanziale?).
Di fronte a quesiti così radicali e irriducibili, la reazione più diffusa è quella si sospensione tra sorpresa e panico: un effetto che rende inclini alla depressione un po’ su tutto il pianeta sia pure per cause diverse da zona a zona.
Chi è disorientato si sente in crisi e chi si sente in crisi smette di progettare il proprio futuro. Se smettiamo di progettare il nostro futuro, qualcun altro lo progetterà per noi, non in funzione dei nostri interessi ma del suo tornaconto, e noi sommeremo alla frustrazione da disorientamento la frustrazione da impotenza. Alla fine del processo il disorientamento si tradurrà in paure difficili da esorcizzare: paura della guerra, delle epidemie, degli immigrati, della sovrappopolazione, dell’inquinamento, della violenza, della promiscuità, del multiculturalismo, delle crisi economiche, della solitudine, della noia, della morte, dell’aldilà: altrettante cause di infelicità individuale e collettiva.
Tratto da: Domenico De Masi, La felicità negata, Giulio Einaudi Editore 2022

[…] Tutte le società producono stranieri: ma ognuna ne produce un tipo particolare, secondo modalità uniche e irripetibili. Se si definisce “straniero” chi non si adatta alle mappe cognitive, morali o estetiche del mondo e con la sua semplice presenza rende opaco ciò che dovrebbe essere trasparente; se gli stranieri sono persone in grado di sconvolgere i modelli di comportamento stabiliti e costituiscono un ostacolo alla realizzazione di una condizione di benessere generale; se compromettono la serenità diffondendo ansia e preoccupazione e fanno diventare seducenti esperienze strane e proibite[GC1] ; se, in altri termini, oscurano e confondono le linee di demarcazione che devono rimanere ben visibili; se, infine, provocano quello stato di incertezza che è fonte di inquietudine e smarrimento – allora tutte le società conosciute producono stranieri. Il procedimento seguito per tracciare i confini e disegnare le mappe cognitive, estetiche e morali, stabilisce fin dall’inizio gli individui destinati a rimanere ai margini o fuori dagli schemi di un’esistenza ordinata e dotata di senso: gli stessi che in seguito saranno accusati di causare i disagi più fastidiosi ed insopportabili.
Tratto da: Zygmunt Bauman, La società dell’incertezza ed. Il Mulino – Bologna 1999, pag. 55
[…] Con la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica e digitale le distanze tra i popoli si sono accorciate. In ogni società, nelle diverse parti del pianeta, affiora la consapevolezza, in particolar modo fra le giovani generazioni, che il futuro non può costruirsi sulla continuazione di una esasperata competizione fra lavoratori a scapito dei salari e dei diritti sociali, sulla ripartizione altamente diseguale della ricchezza prodotta e sullo sfruttamento intensivo e senza scrupoli ambientali o sociali delle risorse naturali.
[…] Le generazioni più mature (in qualità di educatori, politici, datori di lavoro…) tendono a sottovalutare le potenzialità (delle giovani generazioni) e dar più enfasi alle fragilità. Molto spesso, inoltre, questi due elementi si trovano a essere confusi, con possibili specificità positive che non vengono riconosciute, e frettolosamente catalogate come fragilità. Ne consegue che, da un lato, sempre meno ciò che funzionava per i giovani di ieri può essere semplicemente replicato oggi ma, d’altro lato, presentiamo un drammatico deficit nella capacità di andare incontro e far spazio al nuovo
Serve, allora, soprattutto, un differente approccio. Le nuove generazioni sono il nuovo che produce nuovo. Sono il modo in cui una società costruisce il proprio futuro, che è sempre un luogo diverso del presente. Il compito delle nuove generazioni è quello di produrre ulteriore benessere, non occupare semplicemente il posto lasciato libero dalle generazioni precedenti. La loro ambizione dovrebbe essere quella di far con passione un’attività creativa, non di svolgere un lavoro sostituibile da una procedura automatizzata. Il ruolo delle giovani generazioni è quello di conquistare nuovi spazi di futuro possibile, non di rimanere passivamente protetti dentro le mura dei genitori.
I giovani di questo secolo sono sensibili ai grandi temi del contrasto delle diseguaglianze sociali, della lotta contro discriminazioni e ingiustizie, dell’apertura al cambiamento e dell’allargamento delle opportunità per tutti. Non sono indifferenti, ma pronti a spendersi per migliorare il mondo in cui vivono, attraverso l’impegno civico e l’innovazione sociale. Sono però spesso poco informati e disorientati sulla possibilità di incanalare positivamente le proprie energie e intelligenze; dall’altro vivono in un Paese e in un contesto storico che li porta ad agire in difesa, schiacciati sulla quotidianità per non veder scadere le proprie condizioni di vita. Devono poter considerare i limiti posti dai genitori e dai nonni non come confini invalicabili, ma come nuovi orizzonti rispetto ai quali mettere alla prova le proprie potenzialità e sensibilità.
[…] Ma è doveroso anche che le generazioni precedenti consentano a quelle entranti di trovare risorse, spazi e strumenti adeguati per trarre il meglio di sé.
Più, quindi, che mettere le nuove generazioni nella condizione di produrre e consumare di più rispetto a quelle di ieri, la preoccupazione dovrebbe essere quella di mettere le generazioni di domani nelle condizioni di generare nuovo benessere rispetto a oggi. Coerentemente con questo è necessario passare ad una nuova idea di crescita, non tanto misurata in termini di maggior quantità disponibile oggi rispetto a ieri, ma come miglior qualità possibile domani rispetto a oggi. Ne consegue anche la possibile scelta di rinunciare a una parte di quantità presente, se ciò può aiutare a migliorare la qualità futura.
[…] Nelle nuove generazioni, più che nelle precedenti, c’è l’idea del pianeta come “casa comune” e del patrimonio naturale come bene comune, assieme alla di uscire dalla gabbia del presente e di reagire al rischio di essere una generazione perdente (che subisce passivamente le trasformazioni del proprio tempo) per passare ad un’idea positiva di futuro da realizzare con il proprio impegno e in coerenza con le proprie aspettative e sensibilità. Va quindi aiutata a crescere la consapevolezza che l’impegno ambientale possa essere un laboratorio di cittadinanza attiva e di coscienza civica che aiuti a promuovere un modello sociale più inclusivo, in coerenza con un modello di sviluppo sostenibile.
[…] Per crescere in termini di ricchezza economica e di benessere sociale la risposta, più che dal conflitto, dovrebbe (quindi) arrivare dalla proficua collaborazione tra le generazioni, che però deve avere come principale attenzione quello che di nuovo i giovani possono dare, anziché quello che gli anziani possono conservare. Le generazioni dovrebbero spostarsi dalla difesa di quanto raggiunto nel passato, al mettersi a disposizione per consentire alle nuove generazioni di disporsi in ruoli d’attacco verso il futuro. Questo è possibile solo con un diverso approccio culturale che abbandoni l’idea passiva del cambiamento come ciò che ci porta via qualcosa rispetto a ieri, per passare a considerarlo come un impegno attivo che consenta al domani di darci qualcosa in più rispetto oggi. Per costruire un futuro migliore – che apra alla speranza e non schiacci in difesa – serve quindi un impegno comune nel mettere ciò che è “nuovo” nelle condizioni migliori per trasformarsi in valore aggiunto a beneficio di tutti.
Ogni nuova generazione deve elaborare la propria visione del mondo e del proprio ruolo in esso, ovvero deve poter scegliere in cosa essere portatrice di nuovo nel mondo e provare a realizzarlo con successo. Ma più avanza nel tempo e più deve passare dal trovare le proprie risposte all’aiutare le generazioni successive a formulare le proprie domande.
Se c’è una legge implacabile che la demografia pone alla base di qualsiasi processo di crescita economica e sociale, è che nessuna generazione può star meglio contro le precedenti e senza le successive (Alessandro Rosina).
Tratto da: Patto per una nuova economia, a cura di Alberto Mattioli e Chiara tintori, In dialogo 2020 (Demografia, ecologia e patto tra le generazioni, di Alessandro Rosina)
INTRAVEDERE IL FUTUTO DEI PROPRI FIGLI
Sostenere la speranza di un futuro possibile è il compito fondamentale di ogni genitore e di qualsiasi figura adulta significativa, impegnata in un ruolo affettivo o professionale con gli adolescenti. Il futuro rappresenta infatti lo spazio e il tempo della realizzazione di sé dell’adolescente, l’ambito dove potranno affermarsi il suo talento e la sua originalità.
Se manca questa prospettiva, se l’adolescente si rappresenta senza futuro, in assenza di avvenire, c’è la crisi adolescenziale. Il disagio dell’adolescente dipende soprattutto da questo. Il vivere in un eterno presente, l’assunzione di sostanze anche molto rischiose a scopo anestetico o come sostegno prestazionale segnalano, così come altri gesti un’assenza di domani nella mente dell’adolescente.
[…] Gli adolescenti di oggi si appassionano per storie e trame collocate in scenari futuri apocalittici, terribili, in società infestate da virus, batteri, piaghe mortali, personaggi feroci e malintenzionati. Può essere che in parte ciò dipenda dall’adolescenza e dalla necessità, da sempre presente, di avvicinarsi attivamente, in questa fase dello sviluppo, ai contenuti spiacevoli dell’esistenza. Tuttavia è indubbio che l’attuale successo del genere distopia, in letteratura così come nella cinematografia e nelle produzioni video ludiche, sia pervasivo. Meno utopia, più distopia. Anche questo testimonia la difficoltà per l’adolescente dei nostri giorni a rappresentarsi un futuro possibile, al massimo connotato in termini di sopravvivenza piuttosto che di piena realizzazione di sé.
Come è noto l’adolescenza è una seconda nascita, oggi non più sostenuta da riti di passaggio e iniziazioni certe. La prolungata crisi simbolica, e non solo, del padre, la caduta delle certezze e dei grandi valori di riferimento, la complessità di una società narcisistica, liquida e globale hanno fatto da sfondo alla crescita dei bambini divenuti oggi adolescenti. Più di recente possiamo aggiungere il grande attacco sferrato alle risorse del nostro pianeta, sempre più disboscato, inquinato ed eroso, la crisi economica e lavorativa, le guerre religiose e di potere che inondano quotidianamente la mente di tutti noi, attraverso immagini disponibili ventiquattr’ore al giorno di stragi, decapitazioni e irruzioni suicide. Qualcosa hanno combinato anche gli adolescenti, ma la responsabilità di tutto ciò è principalmente e soprattutto adulta.
[…] Fiducia, autonomia e responsabilità sono gli ingredienti della crescita che più servono agli adolescenti di oggi. Non un’infantilizzazione tardiva, infarcita di slogan su un controllo, peraltro troppe volte impossibile da mettere in atto.
I miti affettivi generazionali sono a bassa tonalità conflittuale. Non arrabbiati, più portati ad eludere le aspettative adulte per poter autonomizzarsi e separarsi; abbastanza competenti in materia di relazioni, gli adolescenti necessitano di un adulto non troppo angosciato, sufficientemente preoccupato e autorevole da restituire loro uno sguardo di ritorno pieno di fiducia e capace di avvicinare le risorse necessarie alla realizzazione di sé in una società davvero complessa. Tutto ciò richiede agli adulti più creatività di quanta ne fosse necessaria in un passato neanche troppo lontano.
La creatività materna, paterna e dell’insegnante sono fondamentali, compiono miracoli.
[…] La capacità di sviluppare un ascolto attento, ritmato dai tempi dell’adolescente e non più da quelli genitoriali, di comprendere e identificarsi con le ragioni del nostro interlocutore, di raggiungere l’adolescente dove si trova nel suo unico e specifico tentativo di realizzare i compiti evolutivi previsti per queste età è un’operazione creativa della quale i figli sentono un gran bisogno.
[…] Comprensibilmente, i genitori, soprattutto quando molto allarmati e angosciati, ricorrono a soluzioni note, si rifugiano in suggerimenti confortevoli, quelli ben conosciuti perché hanno ispirato la loro modalità di far fronte alle difficoltà della crescita. Spesso prevalgono allora soluzioni rievocate dal proprio passato, come se gli apprendimenti necessari oggi e il mondo del lavoro fossero gli stessi di qualche decennio addietro. Quando un figlio o una figlia adolescente soffre, può invece essere utile contrastare il ricorso a procedure standardizzate di pensiero, ispirate dalla propria storia o dall’infanzia del figlio stesso, per individuare nuovi percorsi di accesso al dolore e al disagio adolescenziale. Un’operazione complessa, organizzata intorno all’accettazione che il figlio è altro da sé, un soggetto distinto, non più bambino ma adolescente, non più infantilizzabile o controllabile. Si tratta di tollerare, per quanto possibile, il dolore suscitato dalla sofferenza del figlio o dalla figlia per poter comprendere che cosa, attraverso quel comportamento o quella manifestazione sintomatica, l’adolescente tenta di esprimere e, dunque, anche di risolvere.
Per le madri, più spesso anche per i padri, non è erto un’operazione semplice né indolore. Bisogna immaginare che tra sé ed il proprio figlio esiste un margine di vuoto, uno spazio di separazione.
[…] Un primo passaggio utile è prendere le distanze, non necessariamente in senso fisico, ma mentale di sicuro.
[…] Si può far fatica a vedere i figli diventare grandi. Si è inevitabilmente chiamati a un lavoro di arretramento di se stessi, dei propri schemi, della propria egemonia di pensiero, del proprio modo di occupare il mondo, per lasciare spazio a un altro essere umano e pensante che alle origini dipende in maniera massiccia, anche se non esclusiva, da chi lo ha generato.
Arretrare è la via maestra per fornire una presenza responsabile e utile alla crescita dei propri figli, ma farlo secondo le esigenze evolutive di quel figlio o di quella figlia, dello specifico funzionamento psichico e affettivo di ogni adolescente non è affatto semplice….
[…] Indovinare la giusta distanza dai figli adolescenti non è come dirlo. Ancora una volta si tratta di consegnare loro il futuro senza lasciarli soli.
Tratto da: Matteo Lancini, Abbiamo bisogno di genitori autorevoli, Mondadori Libri Spa, Milano 2017, pag. 141-147

OBIETTIVO AUTONOMIA
Se le cose procedono bene, gli adolescenti sono infatti destinati a fuoriuscire dal controllo diretto degli adulti, dal monitor educativo di genitori ed insegnati. È sempre accaduto e, probabilmente accadrà ancora, nonostante la diffusione di protesi tecnologiche che rischiano di monitorarli a distanza, ventiquattr’ore al giorno. A un certo punto della crescita arriva l’adolescenza; per questo è meglio prepararsi ai processi separativi e all’autonomia dei figli. Come ben sostenuto da diversi autori, affrontare l’adolescenza è un’impresa congiunta di madre padre e figlio. Nella società odierna, il processo di autonomizzazione e di separazione dell’adolescente è certamente più complesso che nel passato. Tra i tanti fattori spiccano la precocizzazione dell’esperienza del bambino, che promuove attese di riuscita e di successo futuro molto elevate, nonché l’iperinvestimento su un figlio, spesso unico, e comunque più pensato e programmato nei tempi di venuta al mondo rispetto al passato. Si vive quindi una relazione affettiva molto intensa e profonda, che origina ancora prima della nascita, in un contesto dove, per molte ragioni anche economiche e sociali, è prolungata la coabitazione e la dipendenza dalla famiglia di origine, avendo il figlio, tra l’altro, davanti a sé un futuro più che incerto.
Tutto ciò non elimina una delle verità più drammatiche ed evolutive della nostra esistenza: la separazione. Il percorso umano, dalla nascita alla morte, è scandito da processi separativi, dolorosi ma necessari. Alcune volte improvvisi, e quindi drammatici se non devastanti, di frequente anche attesi, ma comunque sempre molto coinvolgenti emotivamente e difficili da attraversare. Lasciare andare i figli è il compito prioritario di questa impresa congiunta che è l’adolescenza. Spesso non è un compito agevole e a volte comporta molto dolore. Lasciare andar i figli significa, infatti, accettare che non è accaduto quello che si era immaginato, e che non si è realizzato un percorso evolutivo corrispondente alle inevitabili attese. È accaduto qualcos’altro, ha preso forma un’altra identità, è nato davvero un altro o un’altra da sé. Un nuovo uomo, una nuova donna, qualcun altro.
[…] Oggi la trasformazione dei modelli educativi ha portato ad una drastica riduzione dei conflitti legati all’espressione di sé, all’esigenze di socializzazione, di investimento in una vita sessuale e di coppia. Tutte vicende sostenute e promosse dalla famiglia odierna, capace di valorizzarle come esperienze funzionali alla crescita. L’adolescenza odierna non si combatte più sul piano della trasgressione, dell’opposizione all’adulto castrante, ma sul terreno del conflitto tra aspettative ideali di riuscita scolastica e sociale e realtà corporea e identitaria. Tra ciò che si aspettava e ciò che si è, tra le attese infantili e la realizzazione di chi si è davvero.
Questo riguarda, in primis, la mente e gli affetti dell’adolescente, come emerge dalle ricerche, per esempio, sul consumo di sostanze, non più rappresentate come trasgressive e liberatorie, ma assunte come anestetico, antidepressivo dei dolori della crescita. Meno colpa e più vergogna, ideali molto elevati e maggiore delusione. Tutto ciò coinvolge in senso più ampio la relazione tra genitori e figli adolescenti. A oggi il percorso di autonomizzazione, il processo separativo avviene deludendo più che opponendosi. L’adolescente realizza i compiti evolutivi in questa fase, non trasgredendo le norme dei genitori, ma non corrispondendo alle loro aspettative.
[…] Per realizzare i compiti evolutivi propri dell’adolescenza, i figli devono essere messi nelle condizioni di sperimentare e allenare le nuove dotazioni corporee, affettive e relazionali. L’amicizia e il gruppo dei coetanei sono una delle risorse più importanti. Molto spesso, l’adolescente individua e stringe relazioni con un amico che non piace del tutto a mamma e papà, e se è un compagno di classe, neanche agli insegnanti. L’amico serve a esplorare e dare corpo alle parti mancanti e più deboli di sé. L’adolescente sceglie l’amico o l’amica del cuore non perché simile, ma soprattutto perché percepisce che attraverso l’identificazione potrà arricchire e completare sé stesso. Il fascino, l’autonomia, la capacità di relazionarsi o di essere profondi e introspettivi non sono ancora abbastanza sviluppati e necessitano di altri che consentano di capire come si fa a farli propri per completarsi.
Anche il gruppo svolge questa funzione, costituendosi inoltre come potente organizzatore sociale del processo separativo e di autonomizzazione dalla famiglia di origine. Per questo, come abbiamo visto, il gruppo dei pari età, la compagnia, crea dipendenza. Se le cose vanno bene, una dipendenza transitoria, che sfocerà in un ulteriore passaggio verso la soggettivazione e una più piena autonomia dagli altri.
[…] In casa, invece, la madre ed il padre sono chiamati a tollerare la gestione via via sempre più autonoma del corpo, dell’alimentazione, dell’abbigliamento, dello spazio domestico e dei tempi di abitarlo dell’adolescente, oltre che del denaro.
[…] L’autonomia dei figli non può corrispondere alle aspettative dei genitori, ma può dare il piacere profondo e la soddisfazione di ammirare il sé nascente di una giovane donna e di un giovane uomo. Non è in alcun modo né utile né gratificante guardare ai figli degli altri, spingersi in confronti, silenti o urlati in faccia al proprio figlio, sulla presunta normalità degli altri adolescenti, figli di amici di famiglia, bravi, belli e buoni, ma, soprattutto, studenti eccellenti, professionisti nello sport e musicisti di talento.
Tratto da: Matteo Lancini, Abbiamo bisogno di genitori autorevoli, Mondadori Libri Spa, Milano 2017, pag. 157-160

LA LEGGE DELLA SCUOLA
Due etimologie del verbo “educere”
L’educazione come accrescimento, incremento, sviluppo progressivo e illimitato della conoscenza è un mito fasullo del nostro tempo. Questo mito corrisponde al modello dell’economia globale che considera l’espansione narcisistica di sè stessi come la sola forma della verità.
Diversamente, nessun processo educativo può essere assimilato a un programma di accumulazione di conoscenza già stabilite, né può essere teorizzato come una guida morale che sa condurre la vita sulla via giusta. È la prima etimologia del termine educere: condurre dietro di sé, condurre sulla giusta via. Da qui deriva un’idea dell’educazione come esplicazione guidata di potenzialità già inscritte naturalmente nel soggetto. Ma questa è solo una delle due possibili etimologie del termine educere.
La seconda mette invece in rilievo – come ha fatto notare in più occasioni riccardo Massa – l’esperienza dell’essere trascinati, sospinti, portati via, condotti oltre sino a divergere da ogni sentiero già tracciato. È il punto dove l’educazione sconfina nella seduzione (educere è prossimo a seducere) nel suo significato etimologico di “condurre in disparte, condurre via”. Come abbiamo visto, nei termini della psicoanalisi, questo significa che non ci può essere trasmissione del sapere senza transfert, se però non riduciamo il transfert a una regressione infantilizzante che neutralizza il pensiero critico favorendo un’identificazione di massa, ma lo valorizziamo come messa in moto del desiderio, come movimento di separazione dal già conosciuto e dalla ripetizione di ciò che è stato. Allora l’educare coincide con l’apertura stessa della vita, con la possibilità di fare esperienza della vita come apertura illimitata.
Bisogna precisare come questo movimento di trascendenza non sopprima mai del tutto la tendenza dell’umano alla casa, all’identità, all’identificazione, al familiare, all’appartenenza. È un punto centrale che non deve sfuggirci: in ogni processo di “umanizzazione della vita” si tratta di tenere ogni volta vivo il battito che separa e unisce l’identità e la differenza, la chiusura e l’apertura, l’appartenenza e l’erranza. L’apertura e la scoperta non si oppongono al desiderio di identità e di protezione, ma danno luogo al ritmo che scandisce il processo della formazione:
“Condurre in disparte”, portare altrove, in un altro luogo, porre difronte al nuovo, all’inaudito, all’imprevisto, all’insolito, al raro, al diverso, al mostruoso, adombrare ed illuminare, nascondere e svelare, rapire e salvare, sottrarre e proteggere, fuggire e sostare, ma anche disorientare, spaesare, distogliere, spostare, decentrare, dislocare. La dinamica formativa in gioco è quella dell’aprire, del far scoprire, del far sorgere, ma che del ritrarre, dell’appartare e del rinchiudere.
Il punto è che educare non significa condurre lungo una via già tracciata, ma, a partire dalle proprie radici, spingere verso la possibilità inedita di fare esperienza dell’apertura dei mondi, di sostare in essa senza pretendere di appropriarsene, ma imparando a decentrarsi dal proprio IO e dai suoi fantasmi di padronanza. Lo afferma ancora Massa quando, ritornando sull’etimologia eretica del termine educere e sulla sua prossimità con seducere, valorizza in senso educativo il concetto heidegheriano di Lichtung, di aperto, di radura:
“portare via significa anche rapire, strappare, separare, sedurre. Educe assomiglia molto a seducere, anche nel senso di sviare e portare fuori strada. Ma soprattutto, prima che condurre in un luogo appartato, può significare condurre all’aperto. Il gesto educativo è il gesto di chi porta nella radura.”
Senza desiderio di sapere non c’è possibilità di apprendimento soggettivato del sapere; senza transfert, trasporto, erotizzazione, non si dà possibilità di un sapere legato alla vita, capace di aprire porte, finestre, mondi. Perché vi sia desiderio di sapere è necessario un contagio, un incontro con un testimone di questo desiderio.
[…] La conoscenza non è solo assimilazione, immagazzinamento passivo di informazioni, sebbene la sua condizione preliminare sia la capacità dell’assorbimento mnemonico. Imparare significa, infatti, come Platone ha insegnato, ricordare. Ma ricordare il sapere acquisito non esaurisce affatto il movimento della conoscenza. Il valore della anamnesi, che Platone, prima di Freud, riconosce come atto puro della conoscenza, non giustifica la riduzione di una pratica – quella didattica – alla pura attività conservativa della memoria. Il processo della conoscenza implica la memoria, ma solo al fine di sospenderla per rendere possibile un atto nuovo, una soggettivazione inedita, dunque una disidentificazione dal discorso già costituito dell’Altro.
Questo significa che l’apprendimento implica sempre una quota necessaria di oblio che consenta al soggetto la separazione del sapere già saputo dell’Altro. Nietzsche ha ben presente questo problema nella seconda considerazione inattuale, quando pone in antitesi la vita che serve il sapere al sapere che serve la vita. Cosa hanno a che fare con la mia vita le cose che credo di conoscere obiettivamente? Questa domanda non dovrebbe sempre essere tenuta presente per aprire il campo a una possibile soggettivazione del sapere? Non dovrebbe essere alla base di ogni didattica?
Sappiamo anche che l’effetto della soggettivazione del sapere non sarebbe possibile senza il bagno preliminare nel linguaggio che è, innanzitutto, un bagno nella memoria. Anche Nietzsche riconosce che il non-storico, l’oscurità, l’oblio come esigenza irriducibile della vita che vuole vivere senza essere schiacciata dal peso inerte del passato, può realizzarsi solo se non si cancella totalmente la dimensione della storia, anche nei suoi aspetti più antiquati ed archeologici. Freud resta sulla stessa linea quando teorizza il lavoro del lutto come un lavoro psichico della memoria finalizzato a sciogliere il vincolo adesivo che la memoria stabilisce con l’oggetto irreversibilmente perduto.
Il rapporto tra memoria e oblio non costituisce anche i due tempi logici fondamentali della didattica? Primo tempo: non c’è didattica che prescinda dalla memoria dell’Altro. Secondo tempo: ogni didattica implica necessariamente una sconnessione dall’Altro, l’assenza, l’oblio, l’introduzione di un punto vuoto, di una mancanza nell’altro.
Tratto da: Massimo Recalcati, L’ora di lezione, Giulio Einaudi Editore, Torino 2014, pag. 58-63.

LA BELLEZZA DELLA STORTURA
La nostra scuola non risponde più all’illusione dell’ammaestramento disciplinare delle vite. […] il principio di prestazione ha prevalso su quello conformistico della normalizzazione, o, se si preferisce, è diventato una nuova norma sociale. Oggi la vite storta è la vita che non rispetta l’imperativo della produttività, è la vita che si perde, si smarrisce, si disorienta inutilmente. Ma la formazione invece non avviene sempre attraverso il tempo del fallimento e dell’inciampo? Non sono quelli i momenti dove il soggetto si può davvero confrontare con la verità del suo desiderio ponendosi la domanda: che cosa desidero aldilà di cosa l’altro vuole che io desideri? Qual è il mio proprio desiderio? La scuola è il luogo dove, molto frequentemente, nell’età della giovinezza il nodo di questa domanda viene al pettine. Possiamo incontrare ragazzi e ragazze che ricordano la loro bocciatura come un tempo fondamentale per la comprensione del loro desiderio, come un’esperienza dove l’esigenza di soddisfare la domanda dell’altro lascia il posto ad una disidentificazione che libera il soggetto dall’obbligo di servire (inconsciamente o consciamente) le attese dell’Altro. Come possiamo soprattutto raccogliere facilmente le testimonianze di ragazzi e ragazze che raccontano come l’incontro con l’ora di lezione abbia modificato per sempre il cammino della loro vita. La scuola non serve innanzitutto a questo? Non sere a produrre un soggetto, un desiderio singolare, una passione che può orientare la vita? L’incontro tra generazioni diverse, tra insegnanti e allievi, ma anche quello tra il soggetto e l’alterità reale e simbolica dell’istituzione, obbliga a decentrarsi dal proprio Io e a rompere il legame con il gruppo familiare. Un’apertura inedita diventa possibile e in essa può emergere un’attitudine, una vocazione, un’inclinazione singolare. In una parola: il desiderio del soggetto. Mobilitato dall’incontro con la parola dell’insegnante e dalla scoperta della dimensione erotica del sapere è questo desiderio singolare che appare sulla scena. Esso nasce perlopiù sempre storto. Non è mai conforme a quello che l’Altro può attendere. Questa stortura appartiene di diritto al ritratto del figlio, di ogni figlio. La forza dell’educazione non è recuperarla ad un ideale standard di normalità, ma potenziarla, difenderla, amarla. Ecco una buona definizione dell’educazione: amare la stortura della vite. È il compito che attende per primi i genitori e che in un secondo tempo investe la scuola. Oggi il pericolo non è più concepire l’educazione come il calco autoritario della tradizione, ma quello di assimilarla all’esaltazione del principio di prestazione che trasforma la vita in una gara perpetua.
Diversamente la stortura della vite esige l’eccezione, lo scarto, la divergenza, l’eresia. Non è forse un’eresia a essere sempre in causa in ogni processo di soggettivazione? Non è questa la posta in gioco di ogni eredità? Reinventare quello che abbiamo ricevuto dall’Altro in modo singolare, sintomatico, generare uno stile proprio, realizzare la vocazione del desiderio, rendere la nostra vita una vite storta.
Tratto da: Massimo Recalcati, L’ora di lezione, Giulio Einaudi Editore, Torino 2014, pag. 149-151.

[…] Ogni maestro sa fare spazio al non-tutto, alla dimensione generativa dalla mancanza, sa sostenere la promessa di un godimento affermativo che si può raggiungere lungo al via lunga dell’apprendimento.
[…] Il maestro rivela che in ogni apprendimento non si tratta semplicemente di assorbire, acquisire, immagazzinare delle nozioni ma di produrre quelli che Althusser nomina “effetti di soggettività”. L’allievo grazie all’incontro con la parola del maestro trova l’occasione non solo per soggettivare il proprio rapporto con il sapere, ma per dare forma singolare alla propria vita. L’incontro con un maestro è, infatti, tale solo se favorisce l’incontro dell’allievo con il proprio desiderio. È questa la grazia che il maestro incarna nella sua parola: affinché vi sia formazione – “effetti di soggettività” – è necessaria la trasmissione di questo desiderio di sapere che è a fondamento della possibilità della trasmissione di ogni sapere. In questo senso l’incontro con il maestro favorisce la traduzione soggettiva della mancanza di sapere in un desiderio inedito di sapere.
[…] Il gesto del maestro viene rintracciato attraverso le figure emblematiche della luce e dell’onda. La luce allarga le possibilità della visione; l’onda è l’impatto con il mare che ci costringe a trovare un nostro stile. Ogni maestro è luce e onda nello stesso tempo: allarga l’orizzonte del nostro mondo sospingendoci verso la necessaria soggettivazione del sapere. La figura del maestro è una figura della luce perché mostra l’esistenza di spazi impensati ed invisibili e, al tempo stesso, chiarifica quello che all’allievo può apparire inestricabile e incomprensibile. La sua luce confina però sempre con il segreto dell’ombra, dell’imperscrutabile, dell’impossibile da dire, col vuoto al centro del sapere. Essa non intende, cioè, illuminare “tutto” poiché mentre illumina salvaguarda il resto oscuro – il “non tutto” – che è al cuore di ogni illuminazione. La sua opera di chiarificazione non può, dunque, mai, proprio per questa ragione, essere intesa come un’opera di padronanza. Ogni maestro intrattiene un rapporto di amicizia con la mancanza perché non pretende di estinguerla, ma prova invece a renderla ogni volta generativa. Il suo movimento assomiglia a quello dell’onda poiché incarna l’impatto dell’allievo con qualcosa che resiste, con una differenza che non può essere pareggiata, che è incomparabile e che, proprio per questo, ci costringe a trovare un nostro stile singolare. Il movimento dell’onda non può mai infatti essere ricondotto all’immobilità della terraferma. Quello che è stato scolasticamente acquisito deve essere ripreso in modo singolare, riaperto, risoggettivato creativamente, reinventato. Se questi due movimenti – il movimento della luce e quello dell’onda – non sono attivi, il sapere si spegne, si devitalizza, diventa una pappa asfissiante che genera solo anoressia mentale in senso letterale: impossibilità di assimilare il cibo del sapere.
Tratto da: Massimo Recalcati, La luce e l’onda, Giulio Einaudi Editore, Torino 2025, pag. 4-5.

IN DIFESA DELLA ZIZZANIA NEL CAMPO
[…] Paolo Curtaz
Guardando i personaggi del Vangelo, Gesù stesso e le nostre esperienze, il fallimento è una tappa comune. Come ci siamo detti sia di Maria di Magdala che di Pietro; forse è una tappa fondamentale al percorso di un uomo. Eppure, soprattutto oggi il limite, il fallimento continua ad essere visto come una disgrazia e lo si fugge, non se ne parla. Secondo te, perché spaventa così tanto il fallire?
Ermes Ronchi:
i motivi penso siano parecchi. Il primo, penso, è che il fallimento sveglia le emozioni della morte; il fallimento ne usa il linguaggio e le metafore, perché quello che appunto il bruco chiama fallimento, ciò fine della sua vita, in realtà tutti gli altri la chiamano una farfalla, ma è il linguaggio della morte che ci spaventa.
Il fallimento, inoltre e soprattutto, spaventa il Narciso che c’è in me. Non so voi se abbiate un Narciso, ma io dentro ce l’ho e vorrebbe specchiarsi nella sua bellezza perfetta, che non esiste se non nel fariseo che è salito al tempio a pregare e prega: “io sono…io prego…io digiuno… io pago…”. Sempre io, io, io; questo pronome è stregato; il fariseo è rivolto a sé stesso, prega sé stesso, è Narciso innamorato della sua perfezione; e Narciso non riesce ad amare nessuno, perché nessuno è come lui, e muore annegando mentre cerca di abbracciarsi, di abbracciare sé stesso riflesso in una pozza d’acqua.
Narciso è più lontano dal Dio di Caino. Narciso è il vero inconvertibile. Caino, no. Il fratricida, infatti, è per la Bibbia, per Genesi, l’inventore della città, ciò il capovolgimento infinito da assassino a inventore della convivenza. Questi sono i ricalcoli misteriosi e potenti.
La paura del fallimento credo sia dovuta alla teoria della perfezione; c’è una perfezione fisica, una perfezione intellettuale, una perfezione morale insegnata tanto a me nel noviziato: la vita religiosa era la vita perfetta, la vita di perfezione. Sì, e ha fatto tanti danni, ha distrutto tanti raccolti. Noi non siamo al mondo per essere immacolati, ma per essere incamminati. Non siamo al mondo per essere perfetti, ma per la fioritura dell’essere. Ricordate la bellissima parabola: “non strappate la zizzania”, dice il padrone. Il mito del campo perfetto non esiste; è un altro il modo divino di procedere: non per campi perfetti non per persone perfette. La zizzania è il fallimento in un certo senso del padrone del campo, ma i suoi occhi vedono il buon grano. Una spiga di buon grano vale di più. Lui ha fiducia che le male erbe non vinceranno, non soffocheranno il buon seme. E allora abbraccia l’imperfezione del campo come Dio abbraccia la nostra imperfezione, perché il bene che c’è in te, in me conta più del male, quel grammo di luce che c’è in me conta più del buio, perché una spiga di grano conta più di tutta la zizzania nel campo.
Ecco allora un’altra ottica, l’ottica positiva e solare, lo sguardo del Creatore. Noi non saremo giudicati, se avremmo raggiunto la perfezione. Nessuno arriva alla vetta della montagna, raggiunta attraverso il sesto grado dell’ascesi solo se avremmo un cuore senza zizzania. Ma no, ma ci riusciremo se avremo camminato verso la meta cadendo sette volte e rialzandoci otto volte.
La perfezione infondo non sta nella meta raggiunta, sta nel primo passo che compi, il primo passo buono, venerando, coltivando le forze positive seminate in noi, contando su di esse e facendo in modo che irrompano in tutta la loro potenza, in tutta la loro bellezza, in tutta la loro energia. In questo modo le male erbe non troveranno terreno, non vedranno più il sole. C’è stato detto che l’alternativa di fondo nella vita è quella tra fallire o riuscire. Non è vero che l’alternativa di fondo è vincere o perdere. Neppure quella tra vivere o morire. L’alternativa di fondo – io la copia qui da Martin Heidegger – è tra l’accoglienza e la gettatezza, tra essere accolti e accuditi da qualcuno nella vita o essere gettati via. Noi tutti siamo qui perché un giorno qualcuno ci ha accolti e accuditi.
Il capovolgimento della Bibbia è un po’ questo: Dio preferisce le storie rotte a quelle lineari, le navigazioni burrascose a quelle placide di bonaccia.
[…] Attraverso tutte queste vie particolari, ognuno con il suo passo, i zoppicanti e i maratoneti, in equilibrio instabile tra contingenza e sogno, tra condizionamenti e libertà, senza una strada già decretata. Non c’è una strada decretata che io debba scoprire: “per dove devo andare Signore? Mostrami la via!”. No, non c’è la via: la costruiamo io e Dio insieme; non c’è una caccia al tesoro con alcuni indizi ben nascosti che io devo andare a scoprire per trovare qual è la mia strada nella vita. No! La costruiamo man mano con una coscienza viva, ascoltando i richiami da dovunque vengano, e la costruiamo insieme a quattro mani. Trovare la nostra vocazione! Non è scritta da qualche parte; la stiamo scrivendo adesso, insieme, a quattro mani, in sinergia, noi e Dio. È bellissimo questo verbo synergein lo Spirito agiva in sinergia con loro (Mc 16,20). Agisce in sinergia con noi, per trovare la strada, la vocazione, la fioritura dell’essere. E per questo magnifico verbo: “Dio in sinergia con noi”, io dico davvero: “grazie, mi va bene, grazie!”.
Tratto da: Paolo Curtaz – Ermes Ronchi. Dio ricalcola il percorso, ed. Libreria Editrice Vaticana, Bologna 2025, pagg. 47-53

[…] Padri e madri lo si diventa progressivamente, nel corso di tutta la vita, rinnovando l‘impegno anche quando non si capiscono i figli, anche quando sembra che questi non ascoltino.
Nella prova la strategia sapiente consiste non in rimpianti o in rimproveri, ma nel rinnovare il progetto di vita insieme.
[…] Quando, allora, nelle case non ci capiamo, quando soffiano i venti della contestazione, dell’affermazione di sé dei figli contro la pretesa talvolta totalizzante dei genitori, quando i figli non seguono più l’insegnamento dei genitori, quando dicono di non credere più, nel tempo della prova sono illuminanti queste parole del cardinale Jean-Marie Lustiger:
“se vostro figlio non segue le vostre pratiche religiose non significa che abbia perso Dio né tanto meno che Dio abbia perso lui. In fondo voi non sapete niente di cosa accade nel suo intimo, non dovete soprattutto sentirvi in colpa. La fede ha le sue stagioni, segue percorsi misteriosi. Ma se voi avete seminato il seme buono del Vangelo, anche se ora è inverno e tutto sembra morto, il seme spunterà, la primavera tornerà. Il profeta Isaia assicura che le cose di Dio non torneranno a Dio senza aver portato frutto, perché la forza non è nel seminatore, ma nel seme, la forza non è nel predicatore, ma nel Vangelo predicato, la forza non è nella bravura del genitore, ma nella forza intima, buona e imbattibile di ciò che ha trasmesso ai figli; la forza è nel buon seme e non nel buon seminatore. “
Quante volte abbiamo visto la fede, che pareva scomparsa, che sembrava inabissata chissà dove, riemergere dopo anni di silenzio, come un fiume carsico che scompare improvvisamente e poi altrettanto improvvisamente sgorga lontano, decine di chilometri più a valle, con acqua più abbondante di prima, più fresca, più limpida, più buona, raccolta nelle grotte profonde della vita, dai sotterranei dell’esistenza. Perseveriamo allora a essere padri e madri anche nella fede, con fiducia, nel dialogo, in ogni stagione, come annunciatori del volto amante di Dio.
Tratto da: Ermes Ronchi, Natale, l’abbraccio di Dio, ed. Paoline, Milano 2023- pagg 92-94
